
Pallavolo Femminile
Ciao Stefano, raccontaci la tua biografia sportiva, da calciatore e da mister.
Più che di biografia calcistica parlerei di amore per il gioco del calcio che vive principalmente in tre parti. La prima è sicuramente legata all'esperienza della Polisportiva Portuense, che dall'inizio del 1970 al 1992 si sviluppò dentro Villa Flora nel quartiere Portuense appunto. Mio padre era il fondatore e presidente di un progetto sociale sportivo nato nell'area di un ex convento mettendoci anima, corpo e risorse. Furono costruiti un campo in pozzolana, gli spogliatoi, le tribune e furono riqualificati altri spazi comuni della villa dove poter fare teatro e musica. In questi anni oltre 2000 persone hanno vestito le maglie, naturalmente rossoblu, delle diverse discipline (calcio giovanile e agonistico, calcio femminile e pallavolo). L'idea era di recuperare i ragazzi del quartiere e far giocare tutti. Chi non aveva soldi, chi aveva problemi motori, chi veniva da situazioni a rischio... I risultati sportivi (la squadra arrivo al massimo in Promozione) spesso venivano dopo l'intervento sociale. Questa storia di quartiere a Villa Flora fu interrotta nel 1992 dall'amministrazione comunale, che ritenne fondamentale doversi prendere quel posto, lasciandolo per anni all'incuria e al degrado. In questa società ho giocato dal 1988 al 1995, con gli ultimi tre anni giocati su altri campi. In quegli anni naturalmente giocavo anche sotto casa, dal mattino fino al tramonto. Stavo tutto il giorno con il pallone e parlavo solo di quello.
Dal 1995 al 1998 ho giocato al Testaccio, la squadra giocava lì dove ora ci sono il mercato e il centro dell'impiego. Sono tornato al Portuense quando ho compiuto 18 anni e ci ho giocato per due (all'epoca faceva la Seconda categoria) e in due anni ho fatto una ventina di presenze, ma non avevo tanta voglia.
La seconda parte è quella di tifoso della Lazio. La mia prima partita allo stadio fu al Flaminio nel 1990: Lazio-Cesena 4 a 0 con tre goal di Amarildo e nei successivi 13 anni ho avuto abbonamenti, sono entrato scavalcando oppure arrivando negli ultimi 15 minuti, quando si poteva entrare gratis. Andavo in trasferta, partecipavo alle coreografie, sempre insieme a mia sorella. Questa fase penso sia durata fino al 2002/2003, poi non mi sono più ritrovato in un calcio milionario e sono stato spesso in disaccordo con le scelte della curva. Da anni ci vado pochissimo, ma quando mi capita di tornare all'Olimpico quando finisco di salire gli scalini e vedo il campo ho lo stesso groppo in gola di quando ero bambino.
Nei successivi 10 anni seguivo la Lazio sempre meno e giocavo ogni tanto a calcio con gli amici ma il mio amore lo mettevo soprattutto nelle attività sociali e politiche che mi vedevano partecipe.
La terza parte è quella che inizia nella primavera del 2013, quando cominciò a girare il sogno dell'Atletico San Lorenzo per le vie del quartiere. E da lì partita tutta un' altra storia... che unisce passione, tifo e voglia di cambiamento sociale.
Qual'è il mister del calcio (del presente o del passato) a cui ti ispiri? Quale l'atleta? Perché?
Il mister di cui sono sempre stato innamorato è sicuramente Zeman, che ho avuto da adolescente la fortuna di incontrare alcune volte, ma che ho amato soprattutto per l'idea di un calcio collettivo in cui ognuno mettesse ciò che aveva a disposizione di tutti. Per il resto mi piace assistere agli allenamenti delle varie discipline (non solo calcio) e di imparare guardando. Fra i tecnici atletici mi piace molto miSSter Patrizia Scoffone del calcio a 5 femminile. Preparata, decisa e sportiva. L'anno scorso i suoi allenamenti insieme a Maria Iole Volpi erano uno spettacolo.
Per quanto riguarda gli atleti ho avuto sempre un debole per i difensori: Gregucci, Bergodi, Nesta, Maldini, Aldair e Baresi erano dei miti. Dei contemporanei mi piace molto Acerbi, credo sia un bell'esempio di atleta.
Qual è il calciatore più forte che hai allenato? E quello avversario che ti ha maggiormente impressionato? Il giocatore più forte con cui hai mai giocato? L'avversario più ostico da affrontare?
Allenando bambini/e è non mi sento di dire qual è il più forte. Credo che ognuno di loro abbia messo in campo le sue qualità. Certamente ci sono alcuni più portati, altri più appassionati, alcuni che vengono soprattutto perché si trovano bene all'Atletico. Negli anni alcuni hanno scelto di accettare offerte di squadre più "blasonate", altri hanno rifiutato preferendo rimanere al San Lorenzo, qualcuno ha lasciato e molti invece continuano a crescere insieme a noi. Detto questo di ognuno di loro mi porto qualcosa che mi ha fatto crescere.
Una menzione speciale però la merita una bambina che si chiama Stella. Da due anni (anche se negli ultimi mesi è arrivata anche Ludovica) è l'unica ragazza in un gruppo di maschi. E' entrata in punta di piedi, timida, ma decisa, e sì è sempre impegnata la massimo. Ha fatto fruttare al meglio le sue migliori qualità, la velocità e tempismo, si è guadagnata il rispetto di tutti i compagni e ora è un punto cardine della squadra. Ha dato a tutti dimostrazione di cosa sia la forza. Se avrà voglia sicuramente sarà una grande risorsa rossoblu.
L'avversario che mi ha maggiormente impressionato forse è una bambino del 2011 del Tor Bella Monaca con cui abbiamo giocato quest'anno. Credo si chiami Kinsley. Giocava sotto quota. Ha un passo, un sorriso e una gioia nel giocare molto speciali.
Il più forte con cui ho giocato è sicuramente Maurizio Domizzi, con cui da bambino mi capitava di giocare a Casalotti su campetti improvvisati. Credo che all'epoca facesse la punta.. Era fortissimo, per questo mi piaceva giocarci contro. Che era lui quello che giocava in serie A anni dopo lo scopri per caso chiacchierando con un amico.
L'avversario più ostico che ricordo fu un centravanti, capocannoniere del campionato, del Divino Amore che dovevo marcare. Penso che facevo gli Allievi, sicuramente giocavo con il Testaccio. Lui non segnò mai in quella partita e fu anche espulso. Ma devo dire che durante la partita lo provocai molte volte colpendolo e insultandolo per farlo reagire. Alla fine lo fece e mi colpì con una leggera gomitata, che mi provocò un piccolo taglietto sul labbro sotto gli occhi dell'arbitro. Alla sua espulsione chiesi il cambio: quando uscii dal campo il mister mi fece i complimenti, ma io mi sentivo una merda, rimasi in panchina fino al triplice fischio. A fine partita andai a cercarlo nello spogliatoio e gli chiesi scusa. La partita fini 0 a 0.
Quale metodologia d'allenamento ti è più cara? Quale ritieni maggiormente efficace?
Domande difficili. A cui però la risposta è unica. Il gioco. Credo che l'apprendimento debba avvenire senza annoiarsi. Il gioco è lo strumento sicuramente più utile per imparare. La mia metodologia è frutto di intuizioni, errori, esperimenti, studio. La mia è stata una sorta di autoformazione, che è partita con gli incontri con Alessandra Carenza nel 2014 ed ha continuato col guardare agli allenamenti delle altre squadre atletiche, dei contributi che altri mister e dirigenti hanno condiviso, della formazione di alcuni corsi (tecnico football integrato, educatore sportivo e allenatore calcio dell'Acli) ma soprattutto dal cercare di imparare dai molti errori che in questi anni ho fatto.
Per quanto riguarda i due allenamenti a settimana di questa stagione ho seguito più o meno sempre questa metodologia. Il mercoledì un po' di attività motoria di base basata su corsa, coordinazione ed equilibrio a cui seguono esercizi di squadra su movimenti e posizioni. Il venerdì invece si lavora sul controllo palla, sulla "testa alta", sui passaggi, sui tiri. Un esercizio che piace molto sia ai bambini che a me l'abbiamo chiamato "coraggio, altruismo e fantasia": non è altro che 1vs1; 2vs0; 1vs0. Gli allenamenti hanno sempre un prologo che chiamiamo "sfogo": nei primi 20 minuti i bambini usciti da scuola hanno il campo libero e un pallone a disposizione per giocare insieme. E naturalmente un epilogo: la partita o a volte i calci di rigore.
Veniamo alla tua esperienza all'Atletico San Lorenzo: come e quando sei venuto a conoscenza della nostra polisportiva? Quando hai deciso di difenderne i colori?
Diciamo che ho partecipato alla costruzione dell'Atletico fin da quando ne parlavamo dentro l'assemblea del Nuovo Cinema Palazzo e nella nascente Libera Repubblica di San Lorenzo. Poi in quel periodo avevo una libreria in via dei Volsci che era diventata uno dei punti d'incontro del quartiere. Lì conobbi i cosentini (Greco, Luigi, Gigino, Marco...) e incontravo i ragazzi cresciuti a San Lorenzo che si ritrovavano al 32. Intanto Ruggero in Brasile aveva portato l'Atletico San Lorenzo fra i bambini delle favelas con cui lavorava, donando loro una divisa rossoblu con il logo casiNO e Fabio dal Bar Marani faceva il lavaggio del cervello a tutti su quanto fosse bella l'idea di fare una squadra di quartiere. Nel Luglio 2013 nacque da tutti questi e da tanti altri l'Atletico. Da quel momento è entrato prepotentemente nella mia vita. Il primo anno gestivo la comunicazione (sito, social) ed ero molto attivo in tribuna. Quando chiusi Zafari (2014) decisi di dedicarmi ai bambini avendo dei pomeriggi liberi e da quel momento non ho più smesso, se non quando sono andato in Kenya, dove però ho portato il calcio e l'Atletico con me, allenando i bambini dell'orfanotrofio dove ero volontario e per i quali l'Atletico promosse una raccolta di materiale sportivo che arrivo fin sotto il monte Kenya. Una cosa che mi fa sempre molto piacere è vedere che il banchetto dell'Atletico l'8 dicembre si fa ancora davanti alle serrande chiuse di Zafari. Penso sia un riconoscimento del valore sociale che ha avuto quel luogo.
Quale partita in maglia rossoblu ti è rimasta maggiormente impressa? Quali i successi che ricordi con maggiore piacere? Quale sfida rigiocheresti per ribaltare il risultato maturato allora?

La partita è stata sicuramente quella contro il Cristo Re dell'aprile 2018, con il gruppo dei 2007. Ci giocavamo l'ingresso in finale in un torneo Acli/Csi. Pareggiammo la partita e non passammo il turno. C'erano in tribuna una quarantina di persone che avevano preparato la coreografia (guidati da Danielino) e i bambini di entrambe le squadre erano emozionati come d'altronde io, mister Biglia, e i dirigenti Lorenzo e Alessandro. La partita fu intensa, al fischio finale di un super arbitro italo-polacco esplosero tantissime emozioni con bambini contenti e altri disperati. Ma tutti quanti cantavamo insieme l'inno sotto la tribuna.
La bellezza del calcio... popolare!
Quel gruppo se la meritava questa emozione dopo che l'anno precedente aveva perso tutte le partite e fu stupendo il giorno delle finali sentire i bambini del Cristo Re che, mentre aspettavano di entrare in campo, incitavano i piccoli atletici impegnati nella finalina terzo e quarto posto.
Il successo penso sia stato quello di tenere quel gruppo unito nonostante sconfitte e difficoltà per quasi quattro anni. Un lavoro collettivo fatto insieme ai mister Jaco, Biglia e Mirko e ai genitori (in primis Lorenzo e Stefan) che hanno sempre dato una mano.
Un'altra gioia immensa fu la vittoria delle ragazze del calcio a 5 femminile in Coppa e il loro passaggio in Serie C. Una giornata memorabile. Ma devo dire che ogni volta che vedo difendere i nostri colori è sempre un emozione, qualsiasi sia il modo di fare punto con la palla.
Sfide che rigiocherei non ce ne sono, preferisco affrontarne di nuove.
La stagione in corso si è purtroppo arrestata assai prima rispetto al naturale epilogo del campionato: rispetto alle premesse di inizio anno come giudichi il campionato fatto dalla tua squadra?
Quest'anno visto che avevamo tanti Pulcini con i mister (Biglia, Andrea e Silvia e poi Bruno) e i dirigenti (Valentina, Luca, Berenice e Marco) abbiamo creato due squadre che si allenavano insieme e partecipavano a due campionati diversi. Con i 2009, quelli con cui andavo in panchina il sabato o la domenica, abbiamo partecipato al campionato misto 2009/2010 della Lnd per la prima volta. Il ruolino è equilibrato: 5 vittorie, 5 sconfitte e 2 pareggi. Hanno giocato tutti e 16 gli atleti e sono andati in goal in 11 (compreso un portiere). Abbiamo fatto 56 goal e ne abbiamo presi 37. Se non si fosse capito ho un quaderno dove annoto tutto.
Ma al di là del mero risultato sportivo ancora una volta il risultato più importante è stato un gruppo coeso e che cresce felice insieme.
Col passare degli anni, nella crescita della polisportiva, il settore giovanile sta assumendo un'importanza sempre maggiore: da quest'anno si è fatto il grande salto nei campionati federali. Come giudichi questa nuova esperienza? Quale ruolo dovrebbe giocare un settore giovanile popolare nel mondo delle scuole calcio? Quali attenzione verso ragazze e ragazzi nella fase di crescita?
Sinceramente credo che al centro debba essere messo sempre il bambino e lo strumento sia il gioco. Non condivido niente delle scuole calcio che cercano di creare il prodotto "calciatore": il calcio è un gioco e non un business. Preferisco infatti il termine giocatore a quello di calciatore. Credo che questo mondo debba parlare sempre di più con le scuole e le famiglie. L'attenzione dovrebbero essere date al benessere psico fisico, all'accessibilità per tutti/e e alla disponibilità di strutture adeguate.
In questi mesi di attività sportiva assai limitata, se non del tutto assente, hai ritenuto leso il diritto allo sport per tutte e tutti? Ritieni che potesse essere adottata una maggiore elasticità per permettere l'esercizio dell'attività fisica?
Il diritto allo sport non esiste senza diritto alla salute. Credo che in questo momento sia stato giusto bloccare le attività. Detto questo a me preoccupa cosa sarà il dopo o meglio l'adesso. Credo che ci vogliano sempre altruismo, fantasia e coraggio, senza per questo non prendere le giuste precauzioni, per costruire un nuovo modello di sport. E quello popolare sicuramente è una delle poche risposte possibili.
Al momento non abbiamo certezze sulla ripresa della prossima stagione: in attesa che si riabbia la possibilità di fare attività fisica agonistica, cosa ti auguri? Come vorresti fosse lo sport dopo la pandemia?
Semplicemente che lo sport sia riconosciuto come un diritto per tutti. E per fare questo serve un investimento da parte delle istituzioni, che prima che economico sia creativo. Penso ci sia bisogno di mettersi intorno a tanti tavoli per costruire un modello condiviso. Intanto nel nostro piccolo bisogna far crescere e alimentare sempre più il grande sogno dell'Atletico.
Per finire un augurio che ti senti di fare ai tuoi ragazzi e alle tue ragazze.
Di rivederl* presto e tutt*. Al di là di uno schermo. Di chiudere insieme quello che abbiamo lasciato interrotto e di aprire insieme qualcosa di nuovo e ancora più bello.
Alcune foto della memorabile semifinale di ritorno dei Pulcini rossoblu contro il Cristo Re, giocata il 28 aprile 2018.

Il discorspo pre gara di mister Stefano e mister Biglia, alla presenza di Franco, presidente sempre presente.

La curva prepata la coreografia prima dell'ingresso delle squadre in campo.

Le squadre a centrocampo, in curva si scatena la bolgia!

Il sostegno alla squadra a fine primo tempo.

La curva ci crede, siamo sul 3-1 per i Pulcini rossoblu.

Raggiunti sul 3-3- a pochi secondi dalla fine, al triplice fischio la squadra saluta la curva.

Alcuni degli "eroi di giornata".

Le emozioni sprigionatesi a fine gara.

Si ritorna verso il campo, con sentimenti contrastanti...

... ma si festeggia ugualmente, "perché comunque vada la vittoria è ciò che semo!"

Mister Stefano accolto all'uscita dagli spogliatoi.
Ciao Marzia, raccontaci la tua biografia sportiva.
Fin da piccola mi sono cimentata in vari sport, quasitutti mi divertono, ma il pallone è stato sempre uno dei miei giochi preferiti. Vent'anni fa in Calabria trovare una squadra di calcio femminile era quasi impossibile, ho fatto qualche piccola esperienza, ma la maggior parte delle partite le ho giocate nel campetto di terra con amici, tutti maschi e una femmina. Quando mi sono trasferita a Roma per iniziare l’università mi sono subito iscritta alla squadra di calcetto del Cus di Roma Tre, lì è scoppiato l’amore: impegno e divertimento correndo dietro ad un pallone. Poi ho giocato quattro anni nella Time Sport facendo due campionati in serie D e due in serie C, ho imparato tanto in questo periodo. Poi sono approdata nella calorosa famiglia del Vallerano e infine, due anni fa, nella squadra popolare dell’Atletico San Lorenzo, che fra le varie società incontrate è sicuramente quella che meglio incarna la mia idea di sport.
Qual è l'atleta del calcio mainstream (del presente o del passato) a cui ti ispiri? Perché?
Mi piacciono i vari giocatori che mostrano un forte attaccamento alla maglia, fra i tanti quello che ho ammirato fin da bambina è Alessandro Del Piero.
Qual è la giocatrice più forte con cui hai mai giocato? L'avversaria più ostica da affrontare?
Me ne stanno venendo in mente di diverse, credo che la giocatrice più forte con cui abbia giocato sia Fabiana Pasquali. L’avversaria più ostica è sempre stata quella più veloce di me... una volta erano un po' meno, ora quasi tutte (eheheheh).
Quale metodologia d'allenamento ti è più congeniale? Quale ti diverte di più e quale ritieni maggiormente efficace dal punto di vista sportivo?
Ho sempre amato un giusto dosaggio tra parte atletica e parte tecnica: penso sia importante avere un coach che vuole il meglio da te e che riesca a trasmettere impegno e passione nella dimensione ludica che lo sport è capace di creare.
Cosa ne pensi della federazione a cui è affiliata la tua squadra (Lnd)? Ritieni adeguati i provvedimenti di ciascuna federazione a sostegno delle squadre iscritte? Cosa cambieresti e cosa pensi debba fare una squadra popolare all'interno delle federazioni?
Sono un po' di parte, mi stupisco non vedere l’Atletico affiliata alla UISP (Unione Italiana Sport per Tutti), l’Ente di promozione sportiva antirazzista e antifascista per eccellenza. Al di là di ogni ente o federazione se c’è qualcosa da cambiare penso stia proprio nelle politiche che vengono applicate anche in ambito sportivo e che vanno sempre a vantaggio dei più forti, mi riferisco quindi allo sport agonistico e a tutti i soldi con cui questo viene finanziato, a scapito dello sport dilettante, di tutti, dei cittadini.
Un altro genere di sport è possibile? Lo sport può essere vettore di un nuovo modo di vivere e pensare un mondo libero da sessismo ed omofobia?
Penso che esistono diversi modi di intendere lo sport e può rappresentare infatti diversi aspetti che caratterizzano la società in cui viene praticato, una cosa che è comune a tutte le epoche è il suo grande valore educativo e relazionale per cui diventa strumento di conoscenza e condivisione tra le persone, e questo è certamente un modo per abbattere eventuali pregiudizi.
Veniamo alla tua esperienza all'Atletico San Lorenzo: come e quando sei venuto a conoscenza della nostra polisportiva? Quando hai deciso di difenderne i colori?
Conoscevo Julia Sanfilippo e, incuriosita, ho iniziato a seguire la pagina facebook dell’Atletico. Due anni fa, dopo uno di pausa, ho deciso di riprende con il calcetto e non potevo che farlo nei campi del San Lorenzo.
Quale partita in maglia rossoblu ti è rimasta maggiormente impressa? Quali i successi che ricordi con maggiore piacere? Quale sfida rigiocheresti per ribaltare il risultato maturato allora?
Ricordo diverse partite dello scorso anno che alla fine si mettevano male per noi e ci hanno portato a sudare la salvezza all’ultima partita [contro la Polisportiva Ostiense, gara vinta 7-4], salvezza che però è arrivata, quindi ricordo ogni vittoria molto emozionante. Una delle partite più belle è stata quella di quest’anno contro la Roma calcio femminile giocata al Cotral [ottavo di finale di andata di Coppa Lazio, sospesa sul 3-1 per la Roma e poi proseguita una settimana dopo, con il risultato ribaltato da parte delle sanlorenzine, prima del pareggio in pieno recupero delle padrone di casa].

Arriva la salvezza sudata per tutta la stagione! La squadra festeggia sotto la curva.

Il saluto alla tifoseria dopo il partitone disputato al Cotral.
La stagione in corso si è purtroppo arrestata assai prima rispetto al naturale epilogo del campionato: rispetto alle premesse di inizio anno come giudichi il campionato fatto dalla tua squadra?
Secondo me il campionato di quest’anno è stato più difficile di quello passato, credo che c’erano tutte le premesse per fare meglio, ma visto l’andamento altalenante dei risultati forse è mancato qualcosa.
In questi mesi di attività sportiva assai limitata, se non del tutto assente, hai ritenuto leso il diritto allo sport per tutte e tutti? Ritieni che potesse essere adottata una maggiore elasticità per permettere l'esercizio dell'attività fisica?
Vista l’emergenza sanitaria che abbiamo avuto in Italia penso siano state adeguate le misure adottate, mi auguro che ora si possa ripartire anche se con le dovute cautele.
Al momento non abbiamo certezze sulla ripresa della prossima stagione, in attesa che si riabbia la possibilità di fare attività fisica agonistica, cosa ti auguri? Come vorresti fosse lo sport dopo la pandemia?
Vorrei che lo sport continui ad essere riconosciuto come un diritto a cui tutti hanno accesso. Penso che questa crisi può creare difficoltà alle associazioni sportive, ma rischia di colpire maggiormente anche le persone più fragili o che in questo periodo stanno perdendo il lavoro. Sarebbe bello creare forme sportive solidali e diffuse che diano la possibilità a tutti di praticare sport e alle associazioni di poter sostenere le proprie attività.
Ciao Alberto, la tua biografia sportiva, da calciatore/cestista/pallavolista e da mister/coach.
Nato a Roma nel gennaio del 1978, non ricordo un giorno senza un pallone tra i piedi, per le vie di Tor Vergata prima e poco dopo nei campetti di Viale del Policlinico. All’età di 6 anni, tramite delle conoscenze di famiglia, comincio la scuola calcio all’Achillea nel quartiere di Talenti. Fu su quel campo di Via Sibilla Aleramo che fui “incastrato” da Mister Pinto nel ruolo che poi ho ricoperto per tutta la mia vita calcistica, il difensore centrale. Le mie intenzioni erano altre... io volevo fare gol. Mi ricordo come fosse ieri quel momento (voi direte che è impossibile, ma ce l’ho stampato nella mente). Nelle prime partitelle era tutto un divertirsi, tutti appresso al pallone, poi, piano piano si cominciava, sempre divertendosi come matti, a fare sul serio. Mister Pinto mi dice di giocare in difesa come stopper (quanto amo questo termine) e io subito gli chiedo: ”Mister, ma si segna facendo lo stopper?” e lui: ”Sì Alberto, si segna”. Quelle parole erano un sogno, ma in realtà mi aveva incastrato bene bene. Non so se mi aveva messo lì perché aveva un ruolo scoperto o perché aveva visto qualcosa dello stopper in me, fatto sta che quel numero 5 sulle spalle non me lo sono più levato.

(con l’Achillea sotto la Curva Sud dell'Olimpico)
Pochi anni dopo (dovevo cominciare gli esordienti) il grande Mister Giacinto Farese mi porta con lui alla gloriosa Spes Montesacro dove sono arrivato a giocare fino all’Eccellenza.

(in campo con gli Esordienti della Spes Montesacro)
Un paragrafo importantissimo della mia esperienza alla Spes lo merita la stagione 1996/97. Non riesco a trovare aggettivi per quella squadra, forse il più giusto è "unica". Alessandro ”Mario” Brega, Maurizio Di Carlo, Francesco Ricci, Daniele Cecchetti, Valerio Santaniello, Thomas De Nigris, Alessio Valentini, Alessio Cappella (C), Mauro Mollica, “Kike” Flore, Fabrizio Paoletti, Fabrizio Falcucci, Riccardo Cameracanna (tornato per le finali nazionali dopo una parentesi a Firenze nella Fiorentina), Giorgio Cini, Luca Pieroni. Una squadra di matti gestita da un grande tecnico, Mister Pacifico Temperini. Quella stagione partì prestissimo, la maggior parte di noi si aggregò alla prima squadra in Eccellenza già dal 5 agosto, e partita dopo partita cominciammo a capire che eravamo veramente forti. Il campionato lo vincemmo da imbattuti senza mai soffrire, pareggiammo solo 2 partite, una a Fidene e l’altra al campo dei ferrovieri con il Delle Vittorie. Il girone che doveva portarci alla finale del campionato regionale Juniores ci vedeva affrontare il Casalotti, la Romulea ed il Pomezia. Nella prima partita non ci fu storia, vittoria per 0-2, nella seconda ci fu la prima impresa... la Romulea era una grande squadra e lo dimostrò subito: primo tempo 2-0 per loro. Dovevamo affrontare i secondi 45 minuti in 10 uomini. Non eravamo squadra da abbatterci, ma, ripeto, la Romulea era una grossa squadra. Non riuscivamo a sfondare anche se il pallino del gioco era sempre il nostro, fino a che Alessio Valentini riesce nell’ultimo quarto d’ora ad accorciare le distanze. Ultimo minuto, punizione dal lato sinistro dell’area avversaria, cross, riesco a liberarmi della marcatura avversaria, stacco, gol. Una gioia immensa e con il pareggio ed il risultato precedente tra Romulea e Pomezia, nell’ultima sfida avevamo a disposizione 2 risultati su 3. Tranquilli, Spes Montesacro - Pomezia 1-0. Si va in finale contro il Collatino. Si gioca a Settebagni sui campi dell’ex Banco di Roma. Eravamo indubbiamente i favoriti, e lo dimostrammo, 2-0. Eravamo i campioni Juniores Regionali 1996/97. Imbattuti, inarrivabili a tutti. L’ultimo trofeo vinto dalla Spes nella sua storia. Comincia ora la cavalcata per lo scudetto. Sulla nostra strada troveremo l’Alghero negli ottavi di finale (1-1 in terra sarda, 5-1 a via Nomentana) il Posillipo nei quarti (1-1 a Roma, 1-2 in rimonta a Napoli) e la Vigor Lamezia in semifinale (1-3 in Calabria, 0-0) da noi. È finale scudetto contro il San Marino sul campo neutro di Foligno. Ecco per me questa partita è un po’ come Roma - Liverpool, non si è mai giocata... Lo sapete che c’è? Che quando uno dopo un anno non ha mai perso, ma proprio mai, perdere proprio l’ultima partita per 1-0 su un gol viziato da un fallo di mano e con la squadra rimaneggiata dalla varicella, uno non fa fatica a scordarsela, io ancora la devo giocà quella partita.

(con la Spes Montesacro campione Juniores Regionale 96/97)
Finito questo memorabile anno passiamo in prima squadra fino, qualche anno dopo, al fallimento della società. È finita un’epoca, si comincia a diventare grandi e a fare le prime cazzate, come quella di smettere di giocare per 2 anni (2000/2001) dove mi sono dilettato nel pugilato nei primi momenti della grandiosa Palestra Popolare San Lorenzo sotto gli insegnamenti del grande maestro Paolo Arioti.

(il diploma di un incontro di "soft boxe" con la Palestra Popolare San Lorenzo in una riunione a Casalbruciato)
Ma il calcio è un’ altra cosa per me! Ricomincio a 23 anni in prima categoria con il Certosa dove incontro un altro maestro di calcio, Mister Piero Moretti (purtroppo scomparso poche settimane). Comincia qui il mio girovagare anno per anno: due stagioni al Certosa, poi Sud Italia, Real Tuscolano (dove ho incontrato tanti che ora posso chiamare “fratelli”), Vigor Perconti fino a novembre (le ultime tre squadre con il grande Peppe Collu) e poi il passaggio in un’altra squadra molto importante della mia vita: l’Asd Trigoria. Arrivo in Via dei Compositori in punta di piedi portato dal mio vecchio mister Piero Moretti (nel frattempo avevamo cominciato a lavorare insieme). Era una Seconda Categoria con tanta voglia di crescere. Trovai un gruppo eccezionale di grandi giocatori e soprattutto grandi uomini. Gabriele Mazza, Nazareno Passeri, Luca Di Cataldo, Enrico Bruschetti, Massimo Marotta, Marco Tanari, Andrea Acerbi, Lillo Ricciardi e tanti altri. E’ qua a Trigoria che do il meglio di me - sarà stato che quando tirava vento da qualche km più giù arrivava un odore entusiasmante, ahahahah - sia dal punto di vista del gioco, sia sotto l’aspetto realizzativo: tanti gol, tanti di testa, tantissimi su punizione. Sì, nel frattempo quello che rubava la palla e l’appoggiava a chi la sapeva gestire meglio di lui, grazie alla voglia e all’allenamento, già cominciato dai tempi del primo Certosa sempre con mister Moretti, ha cambiato pelle. E' diventato un difensore regista, uno da dribbling da ultimo uomo da far infuriare i mister, uno che sapeva metterla sotto l’incrocio su punizione. Memorabile la partita con la Vivace Grottaferrata, 3-2 con una mia tripletta con tre gol tutti su punizione dal limite. Come finì? In 4 anni arrivammo dalla Seconda Categoria alla Promozione con un altro grande professionista della panchina, Mister Massimiliano Corbo.

(copertina di un giornale locale per il primo campionato vinto con il Trigoria)
Dopo la splendida parentesi a Trigoria torno al Certosa dove trovo, forse, la squadra più forte, a livello di prime squadre, dove io abbia mai giocato. Alfredo Egizi, Stefano e Marco Sanetti, Danilo Pomella, Alessandro De Cesaro, Daniele Pietrobono, Alessandro Liviero, Daniele Campanale, Diego Tosi, un giovanissimo Giordanino, per citarne alcuni. Non vincemmo niente, e veramente non riesco ancora a spiegarmi il perché. Dopo il ritorno al Certosa, rimango in Via di Centocelle, ma con la maglia dell’Alberone per qualche anno fino ad arrivare al nostro amato Atletico San Lorenzo. Ero in vacanza e mi chiama Mariano: parliamo dell’Atletico, a cui mi ero appassionato visto il carattere della nuova compagine, una squadra con azionariato popolare, una squadra senza padroni, la squadra del quartiere che più amavo ed amo ancora. Mi dice che era stato ripescato in Seconda Categoria. “Che fai vieni a giocare con noi?”. Come fare a non accettare la proposta del fiore della Sila? Si comincia ai Cavalieri di Colombo, si vede e si sente nell’aria che è tutto un altro tipo di calcio e, seppur può sembrare una frase negativa, beh vi sbagliate, non lo è proprio. Certo dei limiti a livello organizzativo e strutturale c’erano rispetto alle mie passate esperienze, sarebbe da falsi non dirlo, ma l’amore e la passione che tutte le persone che partecipavano a questo progetto ci mettevano ti facevano superare tutte le perplessità che magari potevano venire a galla (qui il racconto di quel periodo dell'Atletico). Poi vogliamo parlare della domenica al Campo Artiglio dove giocavamo in casa, ed ogni trasferta in qualsiasi paese della regione, con un centinaio di persone che gridano il nome della tua squadra? Una cosa bellissima, splendida, che non ha eguali. Ogni partita che tu vinca o perda esci dal campo felice, certo se vinci mejo...
(una domenica sugli spalti del Campo Artiglio)
Con il passare del tempo ho cercato di rendermi sempre più utile a questo sogno chiamato “calcio popolare”. Certo, potevo e posso fare di più, partecipare a più assemblee di gestione, organizzare serate per “alzare” qualche soldo in più, è vero, ma penso che anche tenere alto il livello sportivo in questo tipo di calcio sia importante. E questo ho fatto e cerco ancora di fare. Dal terzo anno ho preso l’eredità di Biscottino diventando, con grande gioia e gratitudine, il capitano della compagine rossoblu sanlorenzina. Siamo riusciti in questi anni, dopo una bella cavalcata, ad arrivare in Prima Categoria come terzi classificati sotto la guida di una grande persona qual'è Mister Fernando Marfurt (qui il racconto di quella stagione). Sono continuati ad arrivare tanti gol, segnando il mio record personale di 11 gol in una stagione, purtroppo in quella della retrocessione, e buone prestazioni anche se l’età avanzava e gli infortuni cominciavano a farsi vedere. Fino a quando due anni fa ho deciso di appendere gli scarpini al chiodo e di proseguire l’avventura atletica dalla panchina come allenatore affiancato da una persona fantasticamente preparata come Pierino Greco.

(una foto di gruppo dell'Atletico nella prima stagione di allenatore insieme a Pierino)
Le difficoltà sono state tante. Non è facile passare da giocatore ad allenatore in così poco tempo, ma grazie a Pierino le cose sono andate abbastanza bene, piazzandoci al sesto posto dopo un girone di ritorno da record. Quest’anno, forse per qualche mancato arrivo dell’ultimo momento e qualche infortunio, le cose non stavano andando benissimo, così ho deciso, con il consenso di tutta la squadra, di riallacciare quelle scarpette che per troppo tempo si erano impolverate sullo scaffale, ma in una nuova veste, la punta centrale. Ci siamo ripresi, non solo grazie a me, ma perché chi indossa questa maglia lo sa che non si può e non si deve mollare mai. Comunque tornando all’inizio della storia tocca dì che Mister Pinto c’aveva ragione: da stopper se segna!!!
Qual è il mister del calcio (del presente o del passato) a cui ti ispiri? Quale invece l'atleta? Perché?
Aldair senza alcun dubbio, per la sua calma ed eleganza. Da allenatore sicuramente Oronzo Canà, la sua schiettezza e la sua praticità non ha eguali.
Qual è il calciatore più forte che hai allenato? E quello avversario che ti ha maggiormente impressionato? Il giocatore più forte con cui hai mai giocato? L'avversario più ostico da affrontare?
Il calciatore più forte che ho allenato in questo anno e mezzo è Daniele Mulè. Ascolta ogni consiglio, lo mette in pratica mettendoci sempre il 100% delle sue potenzialità. Lui è uno che ama il calcio, i sacrifici che fa per praticare questo sport sono una pubblicità imparagonabile per qualsiasi bambino che si affaccia su un prato verde. Il calciatore che più mi ha impressionato è un centrocampista del Gerano, non conosco il nome, una bestia. Il giocatore più forte con cui ho giocato? Ce ne sono tanti, io ci metterei tutta la rosa della Spes Montesacro della stagione 96/97, tanta tanta roba. Per quanto riguarda l’avversario, ce n’è solo uno che mi ha messo sempre in difficoltà, Andrea Ceneroni, al tempo giocava con il Pian Due Torri.
Quale metodologia d'allenamento ti è più cara? Quale ritieni maggiormente efficace?
Non ho una metodologia preferita o meglio ho passato così poco tempo su una panchina che ancora lo devo capire. Comunque la prima regola è il divertimento applicato al lavoro.
Cosa ne pensi della federazione a cui è affiliata la tua squadra (Lnd)? Ritieni adeguati i provvedimenti di ciascuna federazione a sostegno delle squadre iscritte? Cosa cambieresti e cosa pensi debba fare una squadra di calcio/popolare all'interno delle federazioni?
Sulla federazione Lnd non penso niente, odio tutti indistintamente.
Quale partita in maglia rossoblu ti è rimasta maggiormente impressa? Quale da mister? Quali i successi che ricordi con maggiore piacere? Quale sfida rigiocheresti per ribaltare il risultato maturato allora?
La partita che ricordo volentieri è quella a Castel Madama dove ho segnato una tripletta (due di testa ed uno su punizione). Ero quasi ko per una pubalgia terribile e fino alla fine ho pensato seriamente di non farcela, ma poi quando vedi ‘na trentina de persone assembrate sotto una specie de chiesetta sconsacrata che cantavano a squarciagola come fai a nun giocà? E tripletta fu! La partita che da mister mi è rimasta più impressa è l’andata contro il Pro Appio dello scorso anno. Non so dire quanti eravamo/eravate in tribuna, bellissimo. La partita che rigiocherei da atleta è sicuramente il ritorno con il De Rossi, quella che rigiocherei da mister è la stessa contro il Pro Appio, quel loro pareggio alla fine ancora non l'ho digerito.
Col passare degli anni, nella crescita della polisportiva, il settore giovanile sta assumendo un'importanza sempre maggiore: da quest'anno si è fatto il grande salto nei campionati federali. Come giudichi questa nuova esperienza? Quale ruolo dovrebbe giocare un settore giovanile popolare nel mondo delle scuole calcio? Quali attenzione verso ragazze e ragazzi nella fase di crescita?
Il lavoro fatto dall’Atletico San Lorenzo sul settore giovanile è fantastico. Siamo partiti con una manciata di bambini arrivando in così pochi anno ad oltre 100 iscritti. Abbiamo squadre nei campionati federali... e chi se lo poteva immaginare. C’è tanto da imparare da situazioni come queste, da realtà come l’Atletico San Lorenzo.
Per finire un augurio che ti senti di fare alla tua polisportiva.
Spero che questa situazione finisca il prima possibile e che a settembre si possa ricominciare tutto nella normalità, per il bene dei nostri bambini, ragazzi e ragazze che danno l’anima per questa società.
Una carrellata di immagini per ripercorrere la lunga traiettoria di Alberto nell'Atletico San Lorenzo

(stagione 2014/2015, appena arrivato in rossoblù, esultanza dopo il gol a San Basilio, qui il racconto di quella partita)

(in campo da "stopper che imposta" a Cerreto, qui un racconto in video di quella trasferta)

(sempre a Cerreto, con Mariano durante uno dei tanti pranzi post-partita)

(al centro della difesa a comandare la squadra)

(sotto la chiesa sconsacrata il giorno che Alberto stava ko, e fece tre gol!)

(una partita al Campo Artiglio, qui un racconto di quel periodo dell'Atletico)

(il numero 5 sulla maglia ed il pallone tra i piedi...)

(... e l'esultanza dopo un gol)

(mani sui fianchi in un momento di riposo in campo)

(una classica "chiacchierata" di Alberto con uno dei cari "amici" arbitri)

(ancora una corsa dopo un gol)

(inizio stagione 2015/2016, amichevole con la Spartak Lidense)
(prima giornata di campionato, gol di Alberto e corsa sotto la curva)

(che si vinca o che si perda, il saluto ai tifosi a fine partita)

(una delle prime partite di Alberto da capitano)

(una foto di squadra della stagione 2015/2016, qui un album fotografico di quella partita di Chicca Zarroli)

(in campo in rossoblu sul terreno del Vittiglio)

(abbracci dopo un gol)

(Alberto calcia al volo in uno dei suoi gesti tecnici più comuni)

(Alberto sugli spalti con uno striscione in difesa della Palestra Popolare San Lorenzo)

(il capitano si ferma con i tifosi a fine partita)

(rossoblù è il colore, orgoglio del quartiere)

(fine stagione 2015/2016, si festeggia la salvezza)

(Albertone con Lorenzino)

(stagione 2016/2017, prima di campionato in casa, foto sotto la curva)

(foto di gruppo della stagione dell'assalto al cielo, qui il racconto di quella magica annata)

(festeggiando una vittoria negli spogliatoi)

(un ingresso in campo con i bambini del settore giovanile atletico)
(video dei festeggiamenti negli spogliatoi dopo un'ennesima vittoria)

(Albertone e Chicca in rossoblù)

(inizio stagione 2017/2018, promesse di inizio anno del capitano in piazza)

(foto di gruppo della squadra all'esordio in Prima Categoria)
(quarta di campionato, gol di Alberto sotto le note di "tatatatataà" e la curva impazzisce)

(primo pareggio in Prima Categoria, il capitano festeggia così)

(Alberto in versione cantante degli Shots in the Dark a una serata atletica)

(ancora immagini di quella serata, qui un bellissimo album fotografico di Simone Fumasoli)

(Alberto con i Dalton Bootboys canta l'inno atletico in versione punk rock)

(il capitano con la squadra festeggiando la fine di una partita)

(Atletico San Lorenzo vs Certosa, "ultima" partita in campo per Alberto, qui l'album fotografico di quella giornata)
(il saluto della curva rossoblù per capitan Alberto Caci)

(e il saluto di Alberto alla sua curva)

(con regalo della maglia a Pozzo)

(il saluto finale con la squadra)

(festa di fine stagione 2017/2018, il nuovo capitano Bob consegna la targa al vecchio capitano)

(ancora Alberto con Lorenzino)
(video con le impressioni di Alberto dopo la prima riunione dello staff tecnico dell'Atletico)

(presentazione stagione 2018/2019, Alberto parla alla piazza da allenatore dell'Atletico San Lorenzo)

(una delle prime partite sulla panchina rossoblù)
(partita di andata sul campo del Pro Appio, un pareggio amaro ma si festeggia lo stesso)

(concerto di Filippo Andreani al Cinema Palazzo, Alberto al microfono, qui un album fotografico della serata di Fabrizio De Finis)

(Mister Alberto con la squadra)
(il saluto a Sigaro con Alberto che porta dei fiori per lui, Avanti Uniti!)

(Alberto dà indicazioni ad un calciatore prima di scendere in campo)
(partita di ritorno con il Pro Appio, il calcio popolare siamo noi, qui un album fotografico della giornata)

(mister Alberto Caci a bordo campo)

(e poi in campo per un'amichevole, prove tecniche di rientro?)

(ancora a bordo campo con Mister Pierino Greco)

(nella cucina del Cinema con i ragazzi della squadra)

(pranzo di Natale 2019, tutti insieme per l'Atletico)

(Roviano, 22 dicembre 2020, il ritorno in campo...)

(di nuovo a correre sul rettangolo verde...)

(e di nuovo a festeggiare sotto la curva)

(Alberto Caci col numero 10 ascolta i consigli di Mister Pierino)

(ingresso in campo con Lorenzino per mano)

(Alberto e Lorenzo, passaggio del testimone?)
Ciao Pierino, raccontaci la tua biografia sportiva, da calciatore e da mister.
Come giocatore ho militato sin dai pulcini nelle fila della squadra del mio paese: Oriolo (CS).
Poi, per un periodo, ho giocato nell'Intercampus, un progetto dell'Inter che mi ha consentito di imparare tanto e di conoscere persone splendide che mi hanno iniziato al mondo del calcio. Successivamente, sempre nella squadra del paese, ho giocato le categorie senior. Ricordo con tanta nostalgia quel periodo. Già da allora cominciava a farsi spazio l’allenatore che è in me: mi piaceva analizzare le sfide, cercare soluzioni tattiche e non perdere un contrasto. Ho da sempre voluto fare l’allenatore, è sempre stato un mio sogno diventarlo. Così, terminati gli studi universitari, ho deciso di intraprendere questa strada. Oggi dedico tanto tempo alla mia formazione, studiando ogni giorno, indefessamente, per migliorarmi.
Tutto è cominciato a Roma, nel Pigneto, nei campetti vicino casa che prima frequentavo solo per tenermi in forma dopo una parentesi di inattività calcistica. Qui ho avuto l’opportunità di cominciare la mia esperienza da allenatore in una piccola società di calcio a 5, all’epoca quasi del tutto priva di categorie agonistiche. La bravura, la forza e la voglia di rivalsa dei ragazzi del quartiere hanno provocato in me un coacervo di sentimenti ed emozioni difficili da descrivere, hanno alimentato la mia passione per il progetto, che orgogliosamente ancora oggi porto avanti, e l’affetto per chi ne ha preso, negli anni, parte. Questi ragazzi mi hanno dato e mi danno tanto. Ed è da questa esperienza che è cominciato tutto: lo studio intenso, i corsi, le partite, gli ottimi risultati conseguiti, la fame insaziabile di calcio.
Da due anni alleno l'Atletico San Lorenzo in tandem con il grande Mister Caci. Il San Lorenzo è una magia calcistica che ci ricorda dove nasce lo sport, dalla persona, e l’essenza prima e più pura del calcio, che consiste nella sua dimensione popolare e di coesione sociale. La passione che si legge negli occhi di chi fa parte del progetto, se potesse essere materializzata, dovrebbe essere introdotta nell'almanacco del calcio e insegnata, come supporto alla didattica classica, nei corsi dedicati alla formazione degli allenatori.

Qual è il mister del calcio mainstream (del presente o del passato) a cui ti ispiri? Perché?
Non riesco ad individuare un’unica fonte di ispirazione. Prendo spunto dalle qualità che più apprezzo di più personaggi e, come se si trattasse di un puzzle, compongo il mio modello ideale di riferimento. In questa operazione sono fortunato. Questo gioco è sinonimo di gusto e i maestri non mancano.
Anzitutto, penso che Crujff abbia posto le basi di una didattica tanto divertente quanto efficace, mi riferisco anche al modo di insegnare nelle scuole calcio.
Poi mi piacerebbe saper insegnare calcio come Carletto Mazzone, sicuramente uno degli allenatori più empatici della storia. Era capace di creare amicizia con e tra i giocatori e aveva delle idee ben chiare nel modo di giocare. Già all'epoca riusciva a portare tanti giocatori in area, faceva pressing e schierava più qualità possibile in campo.
Mi piacerebbe essere furbo come Emiliano Mondonico. La furbizia e bravura nel saper cambiare in corso. La caratteristica di leggere gli incontri durante i 90 minuti è sempre stata per me una sua dote straordinaria. Mi innamorai di lui quando venne a Cosenza ed ho continuato a seguirlo e a studiarlo nel prosieguo della sua carriera.
Mi piacerebbe avere il coraggio di Zeman, che potrebbe essere idealmente rappresentato con l’immagine del calcio di inizio di ogni sua squadra. È stato senza dubbio un precursore dei tempi. Il calcio è spettacolo è va vissuto con coraggio.
Mi piacerebbe disporre del pragmatismo di Boskov. La sua interpretazione era molto semplice e unica nel suo genere. Lui ci ha insegnato che, spesso, la soluzione più efficace è proprio lì, sotto i nostri occhi. Basta solo saperla cogliere. Così nel calcio come nella vita.
E infine perché no, mi piacerebbe avere i soldi di Antonio Conte o di Pep Guardiola. Ma questa è un'altra storia.
Qual è il calciatore/calcettista più forte che hai allenato? E quello avversario che ti ha maggiormente impressionato/a? Il giocatore più forte con cui hai mai giocato? L'avversario più ostico da affrontare?
Rispondere a questa domanda mi viene difficile, perché mi piacciono tutti i miei giocatori nella misura in cui vivono la loro esperienza col cuore, danno positività al gruppo e si allenano seriamente. Per fortuna, ho trovato nella maggior parte dei ragazzi che ho allenato, seppur in diversa misura, queste caratteristiche. Penso al mio gruppo storico di Futsal, composto da ragazzi dotati di un'attitudine straordinaria e di una tecnica unica. Da allenatore è tanto fantastico poter provare tutto quello che si ha in mente grazie alla qualità dei ragazzi in rosa, quanto difficile individuare, su tutti, un giocatore più forte degli altri. In altri termini, senza voler essere a tutti i costi diplomatico, potrei dire che il giocatore più forte che ho allenato è il gruppo.
Per quanto riguarda, invece, la mia esperienza da calciatore, è più facile rispondere. Il giocatore più forte con cui ho giocato lo ricordo molto bene e si chiamava Francesco Varlaro. Il mio caro amico che purtroppo è venuto a mancare troppo presto. Un esempio di come si vive il calcio a 360 gradi. Ancora adesso, ricordandolo, mi offre parecchi spunti su come andare avanti.
Cosa ne pensi della federazione a cui è affiliata la tua squadra (Lnd)? Ritieni adeguati i provvedimenti di ciascuna federazione a sostegno delle squadre iscritte? Cosa cambieresti e cosa pensi debba fare una squadra di calcio popolare all'interno delle federazioni?
Questo è un capitolo molto complesso. Spesso percepisco la quasi totale assenza delle istituzioni e questo mi dispiace. È evidente che società come le nostre vengono trascurate. Ci tocca lottare costantemente per far sentire la nostra voce, ma sembra che tutto, molto spesso, venga deciso trascurando le vere esigenze del mondo dilettantistico. Il calcio popolare è la vera essenza del calcio ed andrebbe supportato per il suo fine di garantire a tutti il diritto di giocare e di mettersi in gioco, andrebbe valorizzato per le sue funzioni sociali. Vorrei vedere i rappresentanti delle federazioni anche nei campi e non solo seduti attorno ai tavoli.
Ritengo che, in questa fase storica, sarebbe necessario attivare strumenti di supporto psicologico destinati ai ragazzi, i quali non tutti provengono da situazioni agiate. Noi facciamo tanto per loro, ma ho il timore che solo il nostro impegno oggi non basti. Considerate poi che molti talenti vengono ignorati solo perché poveri, mentre il ragazzo della famiglia benestante a 16 anni magari può permettersi di avere il procuratore. Sarà lui ad andare avanti. Fin quando questo stato di cose non cambierà non riusciremo ad esprimere il vero potenziale calcistico effettivamente presente in Italia. Le federazioni, inoltre, dovrebbero aiutarci con strutture e materiali, perché tutti hanno diritto ad una crescita omogenea, soprattutto, nelle categorie giovanili. Il calcio non deve ammettere figli e figliastri.
Veniamo alla tua esperienza da allenatore alla guida dell'Atletico San Lorenzo: la pandemia globale in corso ha bloccato la stagione a poco più di due terzi del suo regolare svolgimento: rispetto alle premesse di inizio anno come giudichi il campionato fatto dai tuoi ragazzi?

La stagione è stata bloccata proprio nel momento della nostra rinascita. Abbiamo avuto tante difficoltà quest'anno, ma non abbiamo mai mollato e sono convinto che ci saremmo salvati. Lo leggevo negli occhi dei ragazzi. Lo dimostra la vittoria contro la Virtus Aniene prima dello stop. Non la vedo come una stagione negativa. Anche in questo contesto di difficoltà, ho imparato tanto e che, a volte, un allenatore debba fare di necessità virtù, sfruttando al massimo l'attitudine di chi ha a disposizione in quel momento. Ci stavamo riprendendo e molti giocatori infortunati stavano recuperando. Io spero ancora di poter concludere la stagione, non mi era mai capitato, sia da giocatore che da allenatore, di non giocare l'ultima di campionato.
Quale partita da mister ti è rimasta maggiormente impressa? Quali i successi che ricordi con maggiore piacere? Quale/i sfida/e rigiocheresti per ribaltare il risultato maturato allora?
Non rigiocherei nessuna delle partite che ho perso. Se la squadra avversaria ci ha sorpreso ed è stata più brava di noi, chapeau! Nel calcio si impara dalle sconfitte e guai se non ci fossero. Il saper reagire alla sconfitta è il sale di questo sport. Per quanto riguarda la partita che mi è rimasta più impressa, sicuramente si tratta di quella giocata in casa, della scorsa stagione, contro il Pro Appio. Il pubblico, l'ambiente e i colori ci hanno dato una energia incontenibile. Sapevo prima del fischio di inizio che avremmo vinto e così è stato.

Quale metodologia d'allenamento ti è più cara? Quale ritieni maggiormente efficace?
La mia metodologia è ben chiara a chi alleno, la palla la dobbiamo tenere noi e riprendercela subito una volta persa. Mi piace allenare la squadra sempre con la palla e creare situazioni che poi possono ripetersi nelle gare. Ai miei giocatori non do mai la risposta ai problemi, ma cerco di fornire loro i mezzi per fargli trovare da soli la soluzione. Mi piace lavorare con una metodologia ricca di situazioni, possessi palla, superiorità numeriche e la costante ricerca del terzo uomo. Mi piace che la mia squadra abbia coraggio nel giocare palla dal basso per arrivare ordinata in fase di rifinitura.
La tua federazione ha già decretato la sospensione dei campionati. Come ritieni si debba ripartire l'anno prossimo?
Purtroppo non ho le competenze scientifiche per poter rispondere a questa domanda. Io penso che il pubblico alle partite ci debba essere sempre e, fosse per me, ricomincerei oggi e giocherei una partita ogni due giorni. Ma bisogna stare attenti perché la salute è al primo posto. Se è vero che lo sport aiuta ad essere sani, è altrettanto vero che senza salute non può esserci sport.
Per finire un augurio che ti senti di fare ai tuoi ragazzi in vista della prossima stagione.
Vi auguro di non perdere la voglia, di rimanere uniti e di stare bene. Presto ci rincontreremo e sono sicuro che, insieme, andremo più forte di prima.
Ciao Marco, raccontaci la tua biografia sportiva, da calciatore/cestista/pallavolista e da mister/coach.
La mia carriera calcistica inizia a 4 anni, quando mio padre allenava una squadra di calcetto e nel suo stesso orario si allenavano i bambini. Così feci due anni di calcio a 5 all’A.R.C.A. di cui non ricordo nulla se non una finale a Chieti, in cui segnai due gol, che vincemmo 4 a 2. Poi mio padre cambiò squadra, così tornai a passare i pomeriggi all’oratorio a giocare col pallone o con qualsiasi cosa rotolasse o, quantomeno, potesse spostarsi con un calcio. All'età di otto anni sono andato alla Scuola calcio del San Lorenzo in via dei Gordiani, un mondo nuovo per me, dove mi sono immerso con grande entusiasmo ed ho capito che ero veramente innamorato di questo sport. Chiaramente essendo molto piccolo non ricordo grandi episodi di quegli anni, ma ancora oggi nutro stima per due mister, Giorgetti e Zolla, che mi hanno educato anche dal punto di vista umano, oltre che dato quei consigli che ancora alla fine della mia carriera ricordavo prima di ogni partita. Dopo cinque anni, ho deciso di cambiare squadra e sono andato all'Alessandrino dove ho giocato per otto stagioni ed ogni stagione mi ha dato tanto. Abbiamo vinto diversi campionati nelle giovanili, abbiamo fatto le finali di categoria, ma, soprattutto, ogni anno eravamo un grande gruppo e questo ha creato un qualcosa che resta nel tempo; persone con cui ancora oggi ho contatto e con cui condivido ricordi preziosi. Qui ho giocato dalla Terza categoria alla Promozione che è la categoria più alta della mia umile carriera. Poi sono andato in diverse squadre tra prima e seconda categoria: Real Pietralata, Vis Roma Nova, Lamaro Cinecittà, Atletico Roma Sud e Real Centocelle. A Centocelle ho trovato un gran bel gruppo e questo ha fatto sì che rimanessi lì per quattro anni dove non abbiamo mai lottato per il titolo, ma ci siamo divertiti tanto. Poi mister Marfurt, che già mi aveva allenato a Lamaro e all’Atletico Roma Sud, mi ha messo a conoscenza dell'Atletico San Lorenzo, col quale era appena salito in Prima categoria e non ho esitato un attimo a raggiungerlo. Al di là dei bei ricordi che ho, legati a questo sport, vissuti da ragazzo, l’emozione più grande è giunta alla prima partita della stagione con l’Atletico San Lorenzo. Ricordo benissimo gli spalti che scoppiavano di rosso e blu. Fumogeni, striscioni, donne, uomini e bambini allegri che inneggiavano cori dall’inizio a dopo il novantesimo: una curva sensazionale. Sicuramente un’atmosfera insolita per una partita di dilettanti. Purtroppo per esigenze lavorative ho dovuto cambiare squadra dopo pochi mesi, ma all’Atletico San Lorenzo sono tornato dopo un anno e mezzo come allenatore dicendo fine alla mia carriera da giocatore dopo ventitré stagioni.
Qual è il mister del calcio mainstream (del presente o del passato) a cui ti ispiri? Perché?
Tra gli allenatori non ne vedo uno su tutti. Ognuno ha le sue qualità, i suoi punti deboli. Non posso dire di non essere affascinato dalla follia offensiva di Cruijff che è quella che nel calcio di oggi è stata rimodellata da Guardiola. Anche se parliamo di un gioco completamente diverso vorrei avere le capacità di Mourinho nel formare un gruppo coeso, indistruttibile e invincibile. Ma io penso che il calcio Italiano sia il più affascinante di tutti, e questo è a causa della tattica. Solo negli ultimi anni abbiamo avuto diversi esempi. Sono affascinato dalla difesa di Capello e Conte, ma caratterialmente sono tra gli allenatori che apprezzo meno. E’ coraggioso il calcio in verticale e la continua ricerca della profondità che è nell’idea di Zeman, come è poetico il gioco dell’Empoli e del Napoli di Sarri per il continuo cercare un triangolo stando sempre in movimento. Nonostante tutto questo non posso dire che mi ispiri ad uno di loro, io cerco di prendere appunti e imparare.
Qual è il giocatore più forte con cui hai mai giocato? L'avversario più ostico da affrontare?
Da ragazzo ho giocato spesso contro grandi squadre, quindi mi è capitato di giocare contro chi poi sarebbe arrivato ad altissimi livelli. Principalmente due giocatori mi stupirono in una partita che giocai contro la Lazio: de Silvestri e Russotto. De Silvestri aveva due quadricipiti impressionati, una muscolatura pazzesca e un’ottima tecnica. Ha fatto su e giù per la fascia per novanta minuti senza fermarsi mai e senza sbagliare un appoggio o un cross. Russotto tecnicamente era fortissimo; con uno stop poteva passare tranquillamente in mezzo a due avversari, e aveva una capacità di calciare il pallone strabiliante. Sembrava dovesse diventare il futuro 10 della nazionale, ma nel calcio dei grandi non ha fatto la differenza come faceva nelle giovanili. Ha avuto la grande chance a Napoli ma non ha convinto. Entrambi comunque erano imprendibili anche se per motivi diversi. Per quanto riguarda i miei compagni ho giocato con tante persone forti che citarne anche solo cinque o sei ne escluderebbe almeno dieci dello stesso livello. Posso dire di aver giocato con gente che ha anche vestito maglie blasonate, ma la domenica non faceva la differenza tra i dilettanti, come ho giocato anche con chi, superati i 40 anni senza aver mai fatto la serie A o la serie B, in campo faceva ancora la sua porca figura.
Cosa ne pensi della federazione a cui è affiliata la tua squadra (Lnd)? Ritieni adeguati i provvedimenti di ciascuna federazione a sostegno delle squadre iscritte? Cosa cambieresti e cosa pensi debba fare una squadra di calcio popolare all'interno delle federazioni?
Non sono molto addentrato in questo argomento, quello che posso dire per esperienza personale è che la Lnd spesso tira fuori dal cilindro numeri divertenti. Come quest'anno: nel campionato dei Giovanissimi Under 15 provinciali da me allenati avevamo quattro squadre in provincia di Rieti e altre sparse tutte fuori Roma. Chiaramente dopo aver reclamato ci hanno assegnato un altro girone. Questa è una cosa che mi è capitata anche da giocatore un paio di volte, tutt’ora mi chiedo come sia possibile. Per quanto riguarda il cambiamento io credo che le squadre popolari stiano dimostrando di poter esistere e resistere in questo ambiente, ed è già una novità se si guarda, ad esempio, al calcio in cui sono cresciuto io da ragazzo negli anni ’90. Se vogliamo lanciare ancora più forte il nostro messaggio il nostro prossimo obiettivo deve essere quello di renderci più competitivi in tutte le categorie, in modo da amplificare la nostra cassa di risonanza ed avere più considerazione all’interno della Lega.
Veniamo alla tua esperienza da allenatore alla guida dell'Atletico San Lorenzo: la pandemia globale in corso ha bloccato la stagione a poco più di due terzi del suo regolare svolgimento: rispetto alle premesse di inizio anno come giudichi il campionato fatto dai tuoi ragazzi?

Per me è stata un’esperienza importante e significativa. Ero alla mia prima stagione da allenatore e ho visto evolvere i ragazzi sotto i miei occhi. E’ una sensazione fantastica. Il gruppo è cresciuto sotto ogni aspetto: tecnico, tattico, umano e comportamentale. Va dato loro il merito di non aver mai mollato. Abbiamo fatto un campionato per cui sicuramente non eravamo pronti e inizialmente non è stato facile, ma devo dire che siamo migliorati di partita in partita. Ci dispiace non aver avuto la possibilità di toglierci qualche soddisfazione nel girone di ritorno, dove avevamo raggiunto il livello per battere alcune squadre con cui abbiamo perso all’andata. Sono contento dell’armonia che si è creata, tant’è che durante questa pandemia stiamo rimanendo in contatto e ci alleniamo in videochiamata dal lunedì al venerdì. Un anno che ricorderò sempre con piacere.
Quale partita da mister ti è rimasta maggiormente impressa? Quale sfida rigiocheresti per ribaltare il risultato maturato allora?
La partita che mi ha lasciato più di ogni altra l'amaro in bocca è stata Francesca Cabrini vs Atletico San Lorenzo. Una partita contro una squadra rivale. Aumentavano l’astio i loro tifosi sugli spalti, che hanno gridato tutto il tempo contro l'arbitra, una ragazza alla sua prima direzione. Noi non siamo riusciti a segnare nonostante le tantissime palle gol avute e, ad un certo punto, il nostro capitano sfila il pallone all'avversario senza neanche lontanamente toccarlo, l'arbitro fischia il rigore. Uno a zero per loro. Mancavano cinque minuti e comunque abbiamo avuto altre tre palle gol clamorose, ma una è uscita di poco, una l'ha parata il portiere e l'altra è stata fermata da un giocatore col corpo prima che entrasse. A fine partita l'arbitro piangente mi chiedeva scusa e io le dicevo di non preoccuparsi e che la prossima volta sarebbe andata meglio, ma in realtà bruciava quella sconfitta per come e dove era arrivata. Sicuramente è la partita che più di ogni altra vorrei rigiocare.
Quale metodologia d'allenamento ti è più cara? Quale ritieni maggiormente efficace?
Io credo che bisogna bilanciare l'allenamento tra parte atletica, tattica e tecnica, non credo che una di queste debba prevalere sulle altre. Se corri, ma non sai che fare col pallone, non vai da nessuna parte, così come se sai toccare il pallone, ma arrivi sempre secondo. L'allenamento che faccio è in base a quello che serve alla squadra in quel momento, per quanto riesco a leggere in base alla partita passata e alle relative lacune da colmare. Mi piace accomunare tattica e tecnica, magari con un rondo 4vs1 o 7vs2 oppure cerco di riproporre le situazioni di gioco in un campo ristretto e con delle regole (sul possesso, con le sponde, con i jolly). Esercitazioni che si fanno da sempre e che oggi vengono identificate come Small Side Game. Ad ogni allenamento, comunque, cerco di lasciare sempre uno spazio di venti minuti per la partitella finale; perché è il modo migliore per allenarsi e anche se i ragazzi sono stanchi danno tutto e ricominciano a correre come se fossero appena arrivati.
La tua federazione ha già decretato la sospensione dei campionati. Come ritieni si debba ripartire l'anno prossimo?
Egoisticamente spero di poter tornare il prima possibile sul campo con i miei ragazzi, anche se, quando, ancora non si sa. Dato che, come sembra, in serie A potranno giocare a porte chiuse già tra poche settimane, confido nel fatto che ciò avverrà presto. Ne fanno un problema di tifosi, ma i giocatori che stanno a contatto sudati? Che si abbracciano e si spingono sui calci d’angolo? O che si marcano stretti? Credo che neanche la Lega sappia come rispondere a questi interrogativi e aspettano, secondo me, di avere qualche nozione medica in più. Così anche io mi preservo bene dal dare soluzioni scientificamente infondate e aspetto speranzoso che per l’inizio della prossima stagione non ci siano ritardi.
Per finire un augurio che ti senti di fare ai tuoi ragazzi/alle tue ragazze in vista della prossima stagione.
Ai miei ragazzi auguro innanzitutto di poter tornare a calcare il campo e giocare a calcio il più presto possibile. Auguro loro di continuare a crescere e a migliorarsi come sono cresciuti e migliorati in questa stagione. Gli auguro di avere la voglia di tornare e formare un gruppo ancora più unito e gli auguro, facendolo anche a me, di tornare a divertirci tutti insieme.
Ciao Giancarlo, raccontaci la tua biografia sportiva, da calciatore e da mister.
Premesso che sono nato e cresciuto a Casale Rocchi, una borgata “agricola” tra la Tiburtina e la Nomentana, un piccolo paese nella città di Roma, dove giocavamo a calcio in piccoli gruppi, su strade non ancora asfaltate o sui prati a ridosso del fiume Aniene.
Il nostro giocare a calcio non era paragonabile a quello odierno dove ci sono comunque tanti campi di calcio, societa’ sportive, allenatori: in molte delle nostre case non c’era ancora la televisione e, non appena tornati a casa da scuola, uscivamo all’aperto, ed a calcio, specie nel periodo di vacanza, ci giocavamo dalla mattina alla sera, partite interminabili dalle 8:30 alle 18:00 del pomeriggio, con brevi interruzioni solo per il pranzo, dalle 13:00 alle ore 15:00.
Ho quindi iniziato nel 1967/68, a 13-14 anni con la categoria Allievi dell’Albarossa, storica polisportiva popolare di Pietralata (che meriterebbe un capitolo a parte per la sua storia ed i suoi successi).
Negli anni successivi, con altri miei coetanei, abbiamo creato la Polisportiva Casale Rocchi, partecipando a tornei di calcio Uisp, ed a campionati Figc di 3°, 2° e 1° categoria.
Nel 1980 ho terminato la carriera da calciatore, per iniziare quella da dirigente, ricoprendo la carica, e soprattutto la reponsabilità, di presidente della stessa Polisportiva.
Nel periodo1976/77, per la Polisportiva Albarossa, ho ri-organizzato con un grande amico, Massimo Terradura, tutto il settore giovanile: Pulcini, Esordienti, Giovanissimi, con contemporaneo corso “non ricosciuto" di calcio per la formazione di ex-giocatori della Pol. Albarossa.
Il corso, articolato come oggi sullo studio e l’approfondimento della parte tecnica tattica ed organizzativa del gioco del calcio, con docenti titolati, che gratuitamente ci hanno traferito le loro conoscenze, fu concluso con una lezione magistrale impartita dall’allore allenatore della Roma, Gustavo Giagnoni.
Nel mio curricolum sono quindi presenti esperienze molto diverse tra loro, che però nel tempo mi hanno permesso di conoscere aspetti particolari e specialistici del mondo, dilettantistico e non, del calcio, con cui sono in contatto ormai da 52 anni, intervallati da pause prese per motivi di lavoro, che comunque mi hanno sempre riportato al calcio:
- da presidente, sono stato chiamato dal Comitato Regionale Dilettanti del Lazio, come componente della commissione regionale per l’elaborazione di proposte da inoltrare alla Figc per modifiche all’allora appena nata legge che doveva tutelare le società dilettantistiche nei passaggi di compravendita di giovani calciatori;
- da presidente dovevo, con il direttore sportivo, curare i rapporti con le altre società;
- da allenatore della squadra Giovanissimi (1° anno - 3°classificata) della Polisportiva Casale Rocchi ho potuto “vivere” come dal nulla apparente si costruiscono gruppi di gioco, assstendo all'impegno quotidiano che ha portato ad una crescita evolutiva pscicologica, tecnica e tattica, con i ragazzi, tra i tecnici e dirigenti, con i genitori e la stessa società. Sopratutto ho visto i rischi ed i pericoli che si creano quando non vengono più curati determinati valori fondativi di società sportive popolari.
- da allenatore in seconda della squadra Allievi – fascia B (1° classificata) della Lodigiani Adl, vincitrice del titolo regionale, ho sperimentato tecniche, tattiche e sistemi di allenamento sperimentali, oltre a vivere il rapporto con il mondo semi professionistico e professionistico del calcio.
Qual è il mister del calcio (del presente o del passato) a cui ti ispiri? Perché?
A me piace ricordare i “minori”:
Bagnoli, Mazzone, Scopigno, Maestrelli, Bianchi.
Uno degli aspetti fondamentale in generale e del calcio in particolare, è quello psicologico.
Qual è il calciatore più forte che hai allenato?
Diversi ragazzi:
N. 10 Spadoni (Ostia Mare) - N. 5 Agostinelli – n. 9 Alié (Atac)
N. 10 Di Girolamo (Serie D)
E quello che ti ha maggiormente impressionato?
Sono due dell’Atletico San Lorenzo, categoria Esordienti, “di prospettiva”:
N. 10 Giacomo - N. 1 Ciccio
ma devono allenarsi molto.
Il giocatore più forte con cui hai mai giocato?
N. 4, un centrale di centrocampo, D’Ottavi.
L’avversario più ostico da affrontare?
N. 9, un centravanti dell’Almas, un certo Massaccesi. In un torneo estivo, io giocavo stopper e feci una grandissima partita.
Cosa ne pensi della federazione a cui sono affiliate le nostre squadre del settore giovanile(Lnd)?Ritieni adeguati i provvedimenti di ciascuna federazione a sostegno delle squadre iscritte? Cosa cambieresti e cosa pensi debba fare una polisportiva popolare all'interno delle federazioni?
Le federazioni, così come gli enti di promozione sportiva sono stati sicuramente utili in passato, anche se spesso sono stati usati per parcheggiare personaggi trombati della politica locale e nazionale di tutti i partiti politici, oltre ad essere veicoli di corruzione riscontrata tra dirigenti sportivi coinvolti nella costruzione di opere pubbliche e strutture sportive, vedi le Olimpiadi di Roma del 1960, il carrozzone di Italia 90, i Campionati mondiali di nuoto, nella costruzione di piscine, ma anche in quella di piccoli impianti in altrettanti piccoli comuni italiani.
Le federazioni tutte sono gestite sia all’interno che tra di loro con particolare attenzione, al fine di non scalfire l’equilibrio interno e soprattutto tra esse.
Lo sport italiano ha bisogno di una grande ventata di aria pura, che liberi risorse e faccia realmente arrivare lo sport, quello vero, educativo, formativo, nelle periferie. E’ lo sport, perchè lo è da sempre, il veicolo per la crescita sana e lo sviluppo civile dei giovani.
Partecipare è la parola giusta, occorre partecipare alla vita delle faderazioni, e portare lì le nostre esperienze, al fine di realizzare uno scambio produttivo tra la gestione e la conoscenza sul campo, l’operatività.
Veniamo alla tua esperienza che da quest'anno ti vede supervisore delle attività del settore giovanile dell’Atletico San Lorenzo, con un occhio di riguardo per i nostri mister: la pandemia globale in corso ha bloccato la stagione a poco più di due terzi del suo regolare svolgimento. Che bilancio tracci della tua esperienza? E del lavoro compiuto dal settore, nel primo anno di passaggio ai campionati federali? Cosa terresti di quanto fatto quest'anno e cosa cambieresti o vorresti migliorare per la nuova stagione sportiva?
Premesso che per me è stato ed è un onore e piacere, far parte dell’Atletico San Lorenzo, il bilancio è positivo, in quanto anche gli errori commessi, sono sicuro non saranno ripetuti l’anno prossimo, o almeno saremo sicuramente in grado di riconoscere in tempo, in quanto già "allenati” sia come allenatori che come dirigenti, situazioni difficili che si creano durante la stagione sportiva. Ringrazio tutti per avermi sopportato quest’anno.Tutti gli allenatori ed i dirigenti delle singole squadre sono stati molto bravi a creare e fare gruppo, superando comunque la difficoltà del primo anno nei campionati Figc. Quindi terrei tutto e cercherei di migliorare, ma già ci sono conferme nelle persone scelte quest’anno come allenatori ed accompagnatori. Lavorerei sul completamento dello staff di ogni squadra, scegliendo con più attenzione empatica e tecnica le persone da aggiungere per completare i vari gruppi di direzione delle squadre.
Un ringraziamento speciale al personale tecnico e dirigenziale dei Pulcini, Primi calci ed Esordienti che ha fatto un lavoro straordinario con i ragazzi, non inferiori in campo nel confronto con tutte le altre squadre.
Il valore aggiunto può avvenire attraverso la formazione tecnica, tattica psicologica dei mister, ed organizzativa dei dirigenti, mantenendo però fermi i valori su cui si fonda l’Atletico San lorenzo.
Quale partita da mister dell’Atletico San Lorenzo ti è rimasta maggiormente impressa? Quali i successi che ricordi con maggiore piacere?

La gara degli Esordienti tra Futbol Montescacro e Atletico San Lorenzo vinta 1-4 fuori casa l’anno scorso e la vittoria del torneo Q44 di calcio a 5: 1° posto e 3° posto conquistato con i ragazzi della squadra degli Esordienti.
Quale metodologia di allenamento ti è più cara? Quale ritieni maggiormente efficace?
Allenare gradualmente, partendo dalla condizione iniziale di ogni singolo giocatore e quindi della squadra, curando il miglioramento della tecnica individuale, della tattica e della posizione in campo, della condizione atletica, per arrivare in modo naturale alla condizione migliore, ad una identità di squadra in cui ogni ragazzo comprende l’importanza del compagno vicino.
Ritengo a livelli di sufficienza tecnica, tattica e atletica che la condizione di serenità psicologica e il lavoro di crescita psicologica (accettazione di sè, sicurezza, paura di non sbagliare, sentire e riconoscere l’amicizia) sia l’aspetto fondamentale.
La tua federazione è in attesa di decidere cosa fare dei campionati in corso. Come ritieni si debba ripartire l’anno prossimo?
Vediamo! E’ sicuramente una situazione completamente nuova. Noi dobbiamo utilizzare questo tempo per organizzare e prepararci al meglio.
Credo che i campionati inizieranno con ritardo, a novembre o forse più in là: bisognerà vedere come ed in che modo ripartiranno le scuole, dove la didattica verrà effettuata con modalità completamente nuove.
Per finire un augurio che ti senti di fare al settore giovanile in vista della prossima stagione.
Confermarci:
- i dirigenti della Polisportiva, attraverso l’apertura di una sede sociale e la regolamentazione dell’uso dei campi dei Cavalieri di Colombo a partire dal campo di calcio a 11;
- gli allenatori ed il gruppo dei dirigenti di ogni squadra, attraverso la formazione, la creatività e liberta di esprimersi e fare esprimere i ragazzi, oltre a curare il rapporto collaborativo dei genitori;
- i ragazzi e le ragazze, che, anno dopo anno, acquistano consapevolezza di essere la parte migliore del progetto dell'Atletico San Lorenzo.
Ciao Matteo, raccontaci la tua biografia sportiva, da cestista e da coach.
Mi sono avvicinato al basket da piccolino, all’età di 4 anni infatti cominciai a giocare con il Vis Nova, una squadra storica del dilettantismo laziale, nonché una delle squadra del quartiere dove sono cresciuto, l’Esquilino.
In quella squadra ci sono rimasto per 12 anni, anni in cui ci siamo tolti veramente molte soddisfazioni. Infatti in questi 12 anni avremmo perso sì e no una decina di partite. Fino ai 13 anni abbiamo vinto tutti i campionati regionali, molti tornei nazionali, due coppe Italia giovanili (Basket for Life under 13 e under 15) fino alla storica vittoria del campionato nazionale Under 15, portando lo scudetto nella nostra bacheca. Sono stati anni bellissimi, dove in tutta Italia girava la leggenda di questa squadra di Roma, che, scapestrata, divertente, unita, portava a casa una vittoria dopo l’altra. Non ci poteva fermare veramente nessuno in tutto il paese, se non squadre che ai tornei si portavano rinforzi anche dall’estero. Tante gioie e sofferenze (legate al carico di lavoro che tutti noi affrontavamo quotidianamente) vissute sempre con lo stesso splendido gruppo. Storica la finale scudetto del 2010 a Bormio contro la Reyer Venezia, dove prima della partita, durante il discorso pre-partita ci mettemmo quasi tutti a piangere per la forte emozione di essere arrivati lì partendo da molto lontano. Storici i derby contro l’SMG Latina, partite sempre avvincenti e agguerrite, e bellissime le esperienze a Bologna, Treviso, Ferrara e altre che forse nemmeno ricordo, dove incontravamo sempre le migliori squadre, le più blasonate, e gli passavamo le scoccie. Io non ero tra i più forti, ma credo di poter dire di aver avuto un grande ruolo come “uomo spogliatoio” in quegli anni. Dopo lo scudetto i più forti sono andati in giro per l’Italia, e noi “normali” siamo rimasti al Vis Nova per un’altra stagione, e partecipammo ad un torneo internazionale a Lugano in Svizzera, dove incontrammo squadre da tutto il continente e arrivammo secondi, perdendo la finale con i fortissimi serbi dello Zeleznik.
L’anno dopo ci fu una fusione con l’Esquilino Basket, e lì trovai molti miei amici del mio liceo. Giocavamo le partite in casa con circa 200 persone ogni volta, e una curva infuocatissima che rendeva spettacolare ogni giornata del campionato Eccellenza Under 17. Momento apicale fu la partita in casa contro la Virtus Roma: il campo era sempre quello di viale Manzoni, e ricordo ancora quel 15 ottobre 2011, quando a un metro dal campo si svolgeva la manifestazione contro precarietà e crisi economica, con relativi scontri (si, quelli della camionetta bruciata in piazza San Giovanni). Con gli occhi che bruciavano ancora dai lacrimogeni, io e alcuni compagni di squadra entravamo in campo davanti un palazzetto gremito e infuocato più che mai, per poi alla fine battere i favoriti di quel campionato. Un momento storico a dir poco. Poi quell’anno a metà stagione mi fermai per un infortunio, e non tornai a giocare (ma passai a fare l’ultras in curva). L’anno successivo cominciai con Sergio Ianniello (il coach che ora ho sostituito all’Atletico), ma vari problemi fisici, e non solo, mi portarono ad allontanarmi dal campo e smettere di giocare. Ero giovane ed inesperto, ma dopo una infanzia passata ad allenarmi e giocare praticamente ogni giorno, sentivo la voglia di conoscere nuove cose. Inoltre problemi fisici mi spinsero ancor di più verso la triste scelta di smettere di giocare. Naturalmente continuai a frequentare i playground.
Proprio al playground (quello del Celio), un giorno che mi trovavo a fare i classici 3 contro 3 incontrai il mio vecchio compagno di squadra Davide Pizzardi e un giocatore dell’Atletico (Andrea Scaramuzzi) che dopo la partitella mi dissero se volevo andare a giocare con loro all’Atletico. In quel momento risposi che il fisico non me lo permetteva, e che, in realtà, la mia aspirazione era quella di allenare una squadra. Si, era un’idea che avevo sempre avuto (stare molto in panchina mi aveva aiutato a osservare bene il campo da fuori) e sentivo di avere una sorta di richiamo naturale verso quel tipo di impegno, sia perché avevo avuto un’ottima formazione sui fondamentali del basket e mi sarebbe piaciuto aiutare altri giocatori a crescere, sia perché ho sempre avuto un approccio alle cose un po' cervellotico. Morale della favola qualche settimana dopo mi chiama Sergio Ianniello e mi dice di vedersi. Tutto iniziò al Bar Celestino, dove ci accordammo sul mio ruolo come secondo allenatore. E da lì comincia la mia avventura con l’Atletico, squadra che già seguivo da prima, dato che mio fratello ci stava dentro da molto prima di me.
Un primo anno splendido, underground come piace a me, iniziando ad allenarci nel trasandato campetto di Villa Mercede per poi passare ad allenarci all’aperto ai Cavalieri di Colombo. Le prime due partite Sergio era impossibilitato ad esserci e io, senza avere nessun tesserino, allenai la squadra, mettendomi a referto come giocatore-capitano. Beh la prima partita, in casa, fu una vittoria, e quel giorno non lo dimenticherò mai, perché effettivamente non era possibile che fosse successa una cosa del genere. Infatti alla seconda prendemmo la scoccia di 30 punti, ma con la squadra più forte del girone. Sergio tornò a fare il primo, e per vari motivi, a metà stagione, prese la decisione di lasciare la squadra totalmente nelle mie mani. Anche la qualificazione alla seconda fase non la dimenticherò facilmente, nonostante una strage di infortuni, di un anno particolarmente piovoso che spesso non ci permetteva di allenarci all’aperto, le palestre affittate, i vestiti pesanti d’inverno, e anche qualche vittoria nella seconda fase. Come primo anno non potevo essere che soddisfatto.
L’estate seguente diventai ufficialmente un allenatore e potevo finalmente essere ufficialmente il primo allenatore dell’Atletico San Lorenzo.
Ci siamo rivisti a settembre, quando i ragazzi sono stati splendidi, facendo una preparazione atletica di un mese: tre allenamenti a settimana di 2 ore, 2 ore e mezzo. Un’altra faccia, un anno nuovo, che è iniziato alla grande con 8 vittorie su 8, striscia purtroppo interrottasi nella partita dell’anno, contro la Fortitudo Tirreno, anche loro primi a punteggio pieno, in una partita che stavamo controllando, fino a quando il nostro capitano Dorno non si è malamente infortunato. Nonostante questa importante perdita i ragazzi sono sempre stati al massimo delle loro potenzialità (anche se si può sempre migliorare) e abbiamo mantenuto il terzo posto fino agli spiacevoli eventi provocati dalla recente pandemia globale. Si, la mia prima stagione da primo allenatore è stata annullata per la pandemia globale, questa frase me la immagino tra un po' di anni, forse un po' mi farà ridere, anche se la situazione non è per nulla simpatica… Evidentemente gli dèi del basket ci hanno dato una chance per l’anno prossimo, in cui invece che terzi, spero saremo primi.
Qual è il coach del basket mainstream (del presente o del passato) a cui ti ispiri? Perché?
Sicuramente mi ispiro alle eccellenze del basket italiano, come Ettore Messina e Sergio Scariolo, capaci di vincere titoli NBA come secondi allenatori, e centrare tutti i maggiori obiettivi del basket che conta. Naturalmente come idea credo sia sempre meglio rifarsi al meglio che c’è. A livello americano sono sempre stato un patito di Gregg Popovich, per la sua capacità di creare un gioco di passaggi e movimento, per la sua indole anche un po' da giocherellone, nonostante la massima serietà e i titoli che ha portato a casa. Un altro che mi è sempre piaciuto, perché capace di creare i sistemi giusti sfruttando al massimo le potenzialità dei suoi giocatori, è Mike D’Antoni, sia e soprattutto per i Phoenix Suns di Steve Nash e Amare Stoudamire, ma anche per la sfrontatezza e l’innovazione con cui si è approcciato negli ultimi anni agli Houston Rockets di James Harden: azioni con tiri nei primi 7 secondi, spaziature geometriche per il tiro da tre, coraggio nel dare palloni in mano ad un alieno come Harden, perché nonostante non fosse il più bel basket da vedere, era il massimo che poteva fare. Quest’anno è arrivato addirittura a non avere più un centro (un giocatore sopra i 2 metri e dieci per intenderci) per rendere moderna e veloce la sua squadra. Da una parte un folle, dall’altra un genio senza paura di andare nella direzione che ha individuato essere quella ottimale. Per ultimo, non per importanza, Phil Jackson, capace di vincere 11 anelli con i Chicago Bulls di Jordan e i Lakers della coppia Kobe Bryant/Shaquille O’Neal. Non sono mai stato un grande fan del suo famosissimo gioco offensivo con i triangoli, più che altro ho sempre ammirato la sua capacità di gestire spogliatoi roventi ai livelli massimi, tramite anticonformismo nei metodi e tecniche miste tra lo zen e lo yoga, che faceva praticare ai suoi giocatori, e di cui sono un praticante novellino anche io (nonostante qualche volta mi lasci andare all’ira).
Al di fuori del parquet delle squadre c’è Chris Brickley, l’uomo che fa ciò che io (e molti altri) faremmo un patto col diavolo per fare, ossia l’allenatore individuale per tutti i maggiori campioni Nba; un punto di riferimento che studia i video dei giocatori al secondo per individuare quali millimetrici cambiamenti nei movimenti potrebbero portare loro giovamento, veramente un’ispirazione vedere che qualcuno sia arrivato a fare uno dei mestieri più belli che possano esistere al mondo.
Qual è il cestista più forte che hai allenato? E quello avversario che ti ha maggiormente impressionato? Il giocatore più forte con cui hai mai giocato? L'avversario più ostico da affrontare?
Non mi piace fare paragoni tra i miei giocatori, per me ognuno è forte secondo le sue potenzialità: l’importante è che uno si impegni per raggiungere quel limite, non per me, ma per sè stesso, nel basket e nella vita. Certo è che Andrea Dorno è sotto gli occhi di tutti che sia l’Antetokoumpo della Promozione, una belva fisicamente rispetto alla media di questa categoria. A mio avviso il più forte di tutto il campionato di Promozione laziale.
Un giocatore avversario che mi ha impressionato non c’è, perché se mi ha impressionato vuol dire che abbiamo difeso male noi.
Il giocatore più forte con cui abbia mai giocato è sicuramente Matteo Tambone, un play che già a 10 anni aveva una mentalità e una testa anni luce avanti tutti noi, lui era già un giocatore di 30 anni a 10 anni, non gli ho mai visto perdere una palla, sbagliare una scelta, perdere la testa. Infatti ora gioca in Serie A con Varese e si sta iniziando a ritagliare spazi importanti, anche in nazionale. Poi naturalmente c’è Pizzardi, con cui ho condiviso tanti momenti da piccoli, che rimarrà per sempre il panchinaro più forte della storia del basket (nonché un grande amico e un bravissimo secondo allenatore, visto l’infortunio, senza il quale quest’anno non avrei sicuramente avuto la lucidità di gestire tutto da solo, sia dentro che fuori dal campo quando ci confrontavamo su tutto ciò che riguardava la squadra).
Di giocatori forti ne ho marcati molti in carriera, spesso e volentieri davano l’uomo più pericoloso a me, perché il mio punto di forza era la difesa. Uno su tutti, immarcabile, era Yancarlos Rodriguez di Rieti, che ora gioca in serie A con Cantù. Le triple che mi ha sparato in faccia…
Cosa ne pensi della federazione a cui è affiliata la tua squadra (Fip)? Ritieni adeguati i provvedimenti di ciascuna federazione a sostegno delle squadre iscritte? Cosa cambieresti e cosa pensi debba fare una squadra di basket popolare all'interno delle federazioni?
Da amante dello sport non nego di credere nei campionati federali come massima espressione dello sport giocato a livello agonistico. Non per questo lo sport si limita a questa sola dimensione, anzi. Per quanto riguarda il nostro campionato, la Promozione regionale, credo che i costi siano ancora nei limiti del gestibile e l’accessibilità sia quanto meno “non troppo limitata”. Quando già si sale in Serie D, in Serie C, i costi delle iscrizioni, dei parametri, delle tasse, diventano ingestibili e accade quella cosa orribile che è la necessità di squadre che hanno vinto sportivamente sul campo, di dover fallire, e rinunciare a partecipare a tornei che si erano onestamente guadagnati. Non girando i soldi ad esempio del calcio: nel basket il movimento fa fatiche incredibili a crescere e fin quando non si andrà incontro le esigenze economiche delle società, finchè non si faranno cambiamenti ai vertici delle federazioni, dove spero arrivino persone con più freschezza mentale, più idee, più voglia di condividere e far condividere il basket, rimarrà un movimento monco e limitato. Il ruolo del basket popolare credo sia proprio questo, porsi come veicolo per dare la possibilità di giocare a livello agonistico a quei ragazzi che hanno voglia di farlo, in un contesto dove tu stesso devi metterti in gioco per far si che questo sia possibile; abbiamo inoltre il ruolo di individuare tutte le modalità per allargare l’accessibilità sia all’interno delle federazioni, sia all’esterno, con lavori nelle scuole, nei campetti e, come stiamo facendo noi del basket, creando rete con le altre realtà popolari della città, del paese e, perché no, del continente e nel mondo (come il progetto Basket Beat Borders).
Veniamo alla tua esperienza da allenatore alla guida dell'Atletico San Lorenzo: la pandemia globale in corso ha bloccato la stagione a poco più di due terzi del suo regolare svolgimento: rispetto alle premesse di inizio anno come giudichi il campionato fatto dai tuoi ragazzi?

Come detto sopra quest’anno, rispetto lo scorso anno, io credo che i ragazzi abbiano fatto dei passi in avanti da giganti. Forse alcuni di loro nemmeno se ne rendono conto, ma, quando sono arrivato l’anno scorso, alcuni avevano molte amnesie, non c'erano molti degli elementi di gioco che invece ci hanno caratterizzato quest'anno: insomma, c’erano tante lacune. Quest’anno mi hanno stupito, sia per la grande dedizione che ci hanno messo, venendo sempre o quasi ad allenarsi, sia per lo spirito e i miglioramenti che hanno dimostrato sul campo. Da che l’anno scorso mi dicevano che il problema principale era la difesa, quest’anno abbiamo avuto la media punti subiti più bassa di tutti e quattro i gironi del campionato di Promozione… non male cazzo! Li ho visti tutti più sicuri, più uniti, più dediti, con più coscienza e conoscenza di ciò che facevano e, con tutti i limiti del caso, ho provato a coinvolgere tutti proprio per fargli capire che ogni secondo in campo era importante, ogni allenamento a cui venivano aiutavano la macchina a procedere, ognuno è stato fondamentale per raggiungere gli ottimi risultati di quest’anno, e, ripeto, se Dorno non si fosse fatto male, ho la presunzione di dire che forse non ne avremmo persa nemmeno una per come si erano messe le cose. Naturalmente ora lo stop e tutto quanto il resto ci fanno fare dei salti indietro, che l’anno prossimo dovremo recuperare lavorando ancora più sodo per definire il nostro potenziale. Comunque il voto che do a tutti è 10, complimenti ragazzi!
Quale partita da coach ti è rimasta maggiormente impressa? Quali i successi che ricordi con maggiore piacere? Quale sfida rigiocheresti per ribaltare il risultato maturato allora?
Dato che sono alle prime armi sto seguendo i corsi da allenatore e uno dei formatori è anche allenatore di una squadra che abbiamo avuto nel girone quest’anno, battuta sia all’andata che al ritorno. All’andata quell’allenatore ha fatto uno show personale, urlando a tutti, compresi gli arbitri, e, una volta finita la partita, invece che stringerci la mano come si fa sempre a fine partita, se ne è andato senza salutare. Beh mi ha colpito molto, perché io, a ruoli invertiti, sarei venuto da me e al massimo mi sarei dato un buffetto, avrei fatto una battutina, ma mai mi sarei comportato in tal modo. Al ritorno non si è nemmeno presentato e ha mandato un altro allenatore che mi ha dato della “zecca di merda”… Beh io i valori dello sport li riconosco, però se gli atteggiamenti sono questi, io per queste due vittorie ci GODO COME UN RICCIO!
Ricordo con molto piacere una partita dell’anno scorso, inutile ai fini della classifica, ma dove battemmo l’Olimpia San Venanzio, una squadra secondo me allenata benissimo, molto ostica, contro cui vincemmo giocando una splendida partita a ritmi elevatissimi. Se devo essere sincero quella è stata la partita della svolta, che mi ha fatto intravedere dei miglioramenti e dei cambiamenti nel modo di giocare e di interpretare la partita da parte dei ragazzi. Oltre a questa naturalmente la striscia di 8 su 8 di quest’anno mi commuove ancora, mentre nel girone di ritorno avrei voluto ripetere la tostissima partita persa un po’ per nostri errori a Tarquinia, e lo scontro per il secondo posto ad Acilia, contro Lido di Roma, persa di misura contro un ottima squadra. Mi avrebbe fatto molto piacere vincere quella partita, perché sarebbe stata veramente una conquista, comunque abbiamo fatto la nostra partita.
Quale metodologia d'allenamento ti è più cara? Quale ritieni maggiormente efficace?
I miei allenamenti sono ancora un laboratorio in costruzione, per me ogni allenamento è a sua volta un allenamento per me, sia per gli esercizi, che per quello che devo dire in campo. Se c’è una metodologia che non vorrei abbandonare perché ti dà molto, sia sul campo, che fuori, è quella di fare una preparazione atletica seria, anche di un mese. Credo che a questi livelli fare quel periodo iniziale fatto bene equivale ad avere meno infortuni durante l’anno, a creare spogliatoio, a migliorare le prestazioni dei giocatori, ed è una possibilità per tutti di mettersi “in pari” e giocarsi le proprie chance creando le fondamenta a cui poi il giocatore deve aggiungere il palazzo.
In generale venire agli allenamenti è già fondamentale di suo, non si può pensare di far parte di una squadra senza allenarsi tutti insieme. Io cerco di mettere sempre più elementi possibili, perché il tempo è poco e le cose da fare molte e, anche su questo, ho comunque visto degli splendidi ragazzi impegnarsi a capire il mio giorco e le mie idee. Li ho visti interpretare le cose con attenzione, nonostante il poco tempo, la giocosità del progetto e della categoria che potrebbero ammorbidirci, invece no: i ragazzi hanno capito quanto sia importante allenarsi e, come ho già detto prima, probabilmente non se ne rendono conto, ma io li ho visti migliorare di allenamento in allenamento, settimana dopo settimana e, di tutte, è questa la vittoria più importante.
La tua federazione ha già decretato la sospensione dei campionati. Come ritieni si debba ripartire l'anno prossimo?
Ritengo giusta la scelta di annullare il campionato. Penso che ci sia differenza tra Promozione e campionati superiori, per questi ultimi le finezze tecnico economiche hanno un peso ben maggiore rispetto alle nostre, e se c’è una cosa di cui sono sicuro è che non dovrebbero mai e poi mai alzare le tasse, i parametri ecc... Spero solo che questa sia un'occasione per il basket di rilanciarsi, invece che chiudersi a riccio. Vorrei vedere costi di iscrizione diminuiti, progetti a lungo termine, finanziamenti e quant'altro serva a smuovere un po' un movimento che vive da qualche anno nella stagnazione più totale.
Riguardo il prossimo anno non ho un’idea specifica, spero solo che non si affrettino troppo i tempi così possiamo fare la preparazione atletica a settembre.
Per finire un augurio che ti senti di fare ai tuoi ragazzi in vista della prossima stagione.
Al trentenne come al ventenne: ragazzi non mollate un centimetro su nulla, che sia in campo o fuori. Ognuno di noi, anche quello meno dotato fisicamente o tecnicamente, può migliorare, a qualsiasi età, non vi sentiate mai arrivati perché c’è sempre uno step successivo in tutto. Soprattutto tenete la mente attiva, non la spegnete con l’indifferenza o con il deperimento, valete molto, e lo sport può solo ed esclusivamente valorizzarvi ancor di più come persone, allontanandovi da brutti pensieri, noie, tristezze che la vita ci pone davanti e dall'alienazione che la società ci richiede. Siate vivi e attivi, e non siate indifferenti!
Scuola pubblica e diritto allo sport.
L’emergenza sanitaria che ci ritroviamo a vivere, la reclusione in casa, l’impossibilità di svolgere la nostra annuale routine sportiva, ci fa riflettere ancor di più su quanto il lavoro che portiamo avanti sia fondamentale per la crescita del quartiere e della società.
Presto "tutto tornerà come prima". Questa affermazione, di cui ampiamente si abusa in televisione e sui giornali, non può che rattristarci e farci riflettere.
Siamo ben consapevoli, parlando di sport, che un ritorno alla ‘’normalità’’ equivale a tornare ad uno status quo fatto di strutture assenti, affitti esagerati, costi federali intollerabili, scuole in cui mancano palestre, attrezzature o personale qualificato. Gli anni precedenti al Covid19 sono stati anni in cui la società ha fortemente sofferto di tutti i tagli alla spesa pubblica. Dalla sanità all’istruzione, passando per la cattiva amministrazione dei territori, tra chi ha visto, giorno dopo giorno, anno dopo anno, un fortissimo restringimento dei diritti sociali ci siamo anche noi. Quella in cui viviamo oggi è una società fondata su una moltitudine di diritti negati. In questa moltitudine ce n’è uno per cui ci battiamo da quando siamo nati nel lontano 2013: il diritto allo sport.
In questo momento delicato è un diritto negato a tutti e tutte, grandi e piccole (per ovvie ragioni sanitarie). Prima del Covid, invece, era negato solo per determinate soggettività: famiglie povere e migranti senza documenti sono le categorie che palesano questa negazione. Oltre a tutti i limiti dettati dallo status di migrante e oltre al limite economico, la privazione di questo diritto passa anche dall’amministrazione dei territori: quartieri senza strutture sportive, assenza di luoghi pubblici per lo sport, scuole fatiscenti lasciate senza finanziamente, palestre assegnate per bando a società che poi ci speculano sopra, periferie abbandonate a se stesse, parchi a chiusura oraria (o assenza di parchi).
Il diritto allo sport dovrebbe essere garantito dallo Stato, in primis tramite l’istruzione pubblica, in secondo luogo dalle società sportive.
Invece da una parte abbiamo una scuola pubblica in cui l'insegnamento dell’educazione fisica arranca, vivendo molto spesso (solo ed unicamente) della buona volontà dei docenti e dei dirigenti. Dall’altra abbiamo società sportive in crisi oppure votate ad un modello di mercato, che alzano le quote d’iscrizione per le famiglie, anno dopo anno, andando a costruire tra l’altro un modello di sport altamente escludente, fortemente sessista, totalmente incentrato sui traguardi sportivi, noncurante di tutti gli aspetti sociali fondamentali per la buona crescita della società.
Da tre anni a questa parte l’Atletico San Lorenzo, in sintonia con l’Istituto Comprensivo Borsi-Saffi, sta portando avanti "Una Scuola Atletica", un progetto scolastico mirato allo svolgimento dell’educazione motoria per bambini e bambine di varie classi della scuola elementare.
Da molto più di tre anni, però, la stessa scuola, completamente abbandonata dalle istituzioni, si ritrova costretta a chiedere al quartiere un aiuto. La pratica sportiva dentro la scuola pubblica di San Lorenzo viene portata avanti dalle realtà sportive di quartiere, dall’Atletico San Lorenzo alla Palestra Popolare. Abbiamo portato avanti questo progetto a titolo gratuito, orgogliosi di quello che abbamo fatto, consapevoli che il nostro lavoro è stato quello di provare a riempire, con le nostre forze, una voragine generata da una classe politica che ha completamente abbandonato i temi dell’istruzione pubblica e dello sport. Tutto questo volontariato gratuito da solo non basta, occorrono più ore per l’educazione motoria. Per questo, la scuola chiede alle famiglie una piccola tassa ‘’extra’’ per pagare un ulteriore corso sportivo privato.

Grazie al lavoro congiunto di docenti, dirigenti e dei nostri tecnici e istruttori, il progetto ‘’Una Scuola Atletica’’ ha potuto prendere vita anche quest’anno. Purtroppo non siamo riusciti a garantire lo stesso numero di ore degli anni precedenti: abbiamo coperto solo i martedì pomeriggio (13.30 - 16.30) con l'ausilio di personale tecnico delle squadre di basket maschile e femminile ed un mercoledì pomeriggio al mese (13:30 - 16:30) con l'ausilio dei tecnici della scuola calcio popolare e della squadra di pallavolo mista. Siamo comunque riusciti a garantire l'attività motoria a sei classi: ogni classe era coinvolta nel progetto a martedì alterni, per un’ora. Vedere una seconda elementare crescere e diventare una quinta è la stessa emozione che proviamo vedendo crescere, allenamento dopo allenamento, le atlete e gli atleti del nostro settore giovanile. Purtroppo la pandemia mondiale ha interrotto l’anno scolastico insieme al nostro progetto. Ora il sistema scolastico mostra tutte le proprie cicatrici aperte. Il corpo docente, le famiglie e i più piccoli sono afflitti da un altro morbo che mette in pericolo il diritto allo studio per tutti e tutte: la didattica a distanza.
Il distanziamento sociale, il restare a casa, non può che farci pensare anche a loro, alle nostre classi. È ancora troppo presto per calcolare l’impatto che avrà la quarantena (e le sue necessarie misure restrittive) sulla crescita dei bambini e delle bambine. Su una cosa siamo più che sicuro: "non deve tornare tutto come prima".
Le domande che ci poniamo sono tante, tra queste alcune delle più importanti sono:
Chi garantirebbe gratuitamente il diritto allo sport nella scuola di San Lorenzo se non ci fossero l’Atletico San Lorenzo, la Palestra Popolare e altre associazioni territoriali?
Quanto ancora questo sistema dovrà pesare sulla buona volontà (non retribuita) dei docenti?
Se la scuola non può permettersi di fare sport e il quartiere non ha spazi verdi e attrezzati come crescono i più piccoli?
L’anno prossimo, sperando di esserci lasciati la pandemia alle spalle, torneremo a presentare il progetto a scuola, provando ad investire tutte le energie che avremo a disposizione. Intanto, abbiamo preparato un questionario per raccogliere le considerazioni di docenti, famiglie e bambini, la cui voce è spesso ritenuta inutile dal sistema, su questi tre anni di progetto che abbiamo portato avanti. Affrontare insieme a loro i problemi legati al diritto allo sport nel nostro quartiere è quello che faremo. Provando, insieme, ad immaginare una scuola diversa non più basata sulla privazione e sull’impossibilità
Andrà tutto bene, se non tornerà tutto come prima.

Ciao Enzo, Raccontaci la tua biografia sportiva, da cestista e da coach.
Ho iniziato a giocare da ragazzino continuando fino ai tempi del Liceo, alla fine degli anni 70 (in classe nostra avevamo ben sei-sette giocatori), ma già lì la mia futura “carriera” fu segnata: ho fatto l’allenatore di una delle due squadre del Liceo Giulio Cesare ai Giochi della Gioventù!
Poi una lunga interruzione, salvo seguire da appassionato le alterne fortune della squadra di basket di Roma.
Quando mi sono trasferito a Montesacro, una quindicina d’anni fa, al campetto di via Val Chisone che avevo preso a frequentare, qualcuno mi ha invitato a far parte di un gruppo di senior che giocava per divertirsi in una palestrina lì vicino. E’ bastato qualche mese e si è deciso di provare a fare il campionato Uisp e nello stesso tempo ho iniziato il corso per allenatori.
Prima giocatore-allenatore e poi, giustamente e finalmente, solo allenatore della Castrum Basket che a Viale Kant ha continuato (e continua) ad allenarsi e a fare il campionato CSI.
Tre anni fa l’incredibile ed emozionante esperienza a Piazzale Maslax (dietro la stazione Tiburtina) dove io e alcuni volontari di Baobab Experience abbiamo improvvisato un vero campo da basket e “insegnato” pallacanestro ai giovani migranti ospiti del campo informale, fino al definitivo sgombero (qui ci sarebbe un lungo capitolo che vi risparmio).
Proprio da lì è venuto il primo contatto con la squadra di basket femminile dell’Atletico San Lorenzo che stava cercando un coach, anche se in quella occasione non si concretizzò nulla. Ma ho continuato a seguire “da lontano” le vicende della squadra e delle altre attività dell’Atletico (di cui avevo conosciuto in altre circostanze e in altro periodo il mitico Presidente!).
E infine l’estate scorsa sono tornato alla carica dando la mia disponibilità a dare una mano alle rossoblù del basket e ho ricevuto la proposta di fare il loro “dirigente”.
Ed eccoci qua: un anno, chiuso in anticipo, eccezionale in tutti i sensi, a fare la mia prima esperienza ufficiale in un campionato federale da dirigente (e assistente allenatore con il grande coach Di Bucchianico).
Qual è il coach a cui ti sei ispirato e perché?
Ettore Messina è senza dubbio il mio punto di riferimento, non solo come coach ma come uomo di sport. E’ stato un suo libro intitolato semplicemente “Basket” a farmelo conoscere più direttamente e poi ho continuato a seguirlo, leggerlo, guardarlo in campo, nei clinic e fuori. Lo trovo pacato, razionale, attento alle relazioni umane e a tutti gli aspetti di “The Game”, come dicono gli americani. E’ sempre chiaro e non rinuncia alle scelte difficili anche quando si tratta di temi sociali e politici. Ne servirebbero di più di persone così.
Qual è il cestista più forte che hai allenato ? Quello avversario che ti ha più impressionato? Il giocatore più forte con cui hai giocato? L’avversario più ostico da affrontare?
Beh non è che abbia una gran carriera alle spalle per raccontare di grandi giocatori allenati o incontrati da avversari o che comunque possano significare qualcosa. Ci sono tanti “ragazzi” che ho allenato, certo qualcuno decisamente più forte tecnicamente, come si dice di un altro livello, ma quello che voglio ricordare è che con (quasi) tutti si è costruito un rapporto vero e duraturo.
Cosa ne pensi della Fip? Ritieni adeguati i provvedimenti di ciascuna federazione a sostegno delle squadre iscritte? Cosa pensi debba cambiare e fare una squadra di basket popolare all’interno della federazione?
Sulla FIP e sul suo Comitato regionale, in relazione alle nostre attività, posso dire che i rapporti sono piuttosto limitati agli aspetti regolamentari e amministrativi. Su questo ci sarebbe un salto di qualità da fare per un maggior scambio di opinioni, una conoscenza più diretta e precisa di necessità e problemi. Il punto a mio parere è che bisogna lavorare di più sulla espansione quantitativa e qualitativa della base dell’intero movimento cestistico. Una squadra di basket popolare che partecipa ad un campionato federale è una sfida che, come dimostrato anche quest’anno con le ragazze rossoblù, può essere affrontata senza timori reverenziali e portando in campo e fuori i propri valori.
Veniamo alla tua esperienza da dirigente dell'Atletico San Lorenzo: la pandemia globale in corso ha bloccato la stagione a poco più di due terzi del suo regolare svolgimento: rispetto alle premesse di inizio anno come giudichi il campionato fatto dalle tue ragazze? Il rapporto instauratosi tra te e loro e tra loro e il coach?

Come già detto l’esperienza di quest’anno è stata veramente eccezionale: la prima volta da dirigente di una squadra femminile e in un campionato federale. Abbiamo affrontato problemi logistici e organizzativi tutti nuovi (il ritorno a San Lorenzo con un campo nuovo di zecca, i ritardi ed il rapporto a volte problematico con Vis Nova che ci “ospitava”, iscrizioni e tesseramenti federali, ecc.) e poi la chiusura forzata causa Covid19. Ma il fatto più significativo è stato la costruzione, prima di un gruppo straordinario e poi di una squadra vincente. E questo grazie a tutte le ragazze ed al coach. Partiti/e con l’idea di fare un’annata dignitosa, siamo arrivati/e ad essere la squadra da battere! Dieci vittorie consecutive, due sole sconfitte su quattordici partite disputate è stato un gran bel risultato.
Quale partita ti è rimasta maggiormente impressa? Quali i successi che ricordi con maggiore piacere? Quale/i sfida/e rigiocheresti per ribaltare il risultato maturato allora?
In questo cammino ho due momenti (tra i tanti) che rimangono fissati nella mia mente. L’esordio vincente fuori casa a Guidonia, con l’emozione della prima volta, i rischi e le paure e poi la gioia finale. Il secondo è la vittoria in rimonta, sempre in trasferta, ad Ostia contro Talea (una delle squadre più accreditate). Dove le ragazze hanno mostrato tutta la loro forza mentale e la loro convinzione. Ovviamente vorrei rigiocare le due partite in cui siamo usciti/e sconfitti/e, ma il rimpianto vero è non aver potuto chiudere fino in fondo il campionato.
Quale metodologia d’allenamento ti è più cara ? quali ritieni maggiormente efficace?
Sugli allenamenti lascio la parola al coach. L’unica cosa su cui mi piacerebbe lavorare ancora e penso che avremo modo di farlo alla ripresa (e so che il coach condivide) è aumentare la nostra capacità di giocare in velocità e con maggiore aggressività.
La FIP ha decretato la sospensione del campionato: come ritieni si debba ripartire l’anno prossimo?
La FIP ha già deciso di chiudere l’annata sportiva a tutti i livelli senza promozioni, retrocessioni, ecc. Per l’anno prossimo ci sono tante incognite e penso che tutte le società, soprattutto a livello di base, debbano essere supportate economicamente e organizzativamente per riprendere al meglio l’attività e garantire il diritto allo sport per tutti/e. Su questo aspetto penso che le squadre dello sport popolare abbiano un importante ruolo e ci dovremo attrezzare.
Per finire un augurio che ti senti di fare alle tue ragazze in vista della prossima stagione.
Intanto spero che ci si possa vedere presto di persona tutti/e insieme e ricominciare ad entusiasmarci per “il gioco più bello del mondo” con i nostri colori e i nostri valori di nuovo vincenti!
Ciao Martina, raccontaci la tua biografia sportiva, da pallavolista e da coach.
Il primo ricordo che ho di me con un pallone mentre gioco a pallavolo risale a quando avevo circa 6 anni. Una delle attività del doposcuola era il mini volley e i miei genitori, che lavoravano entrambi tutto il giorno, mi iscrissero al corso. Da quel momento la pallavolo ha sempre fatto parte della mia vita.
Ho giocato in diversi campionati e categorie fino ad arrivare in serie C ed oggi mi ritrovo fieramente ad allenare la squadra di pallavolo mista dell’Atletico San Lorenzo. E’ la prima esperienza come allenatrice e ringrazio tantissimo la mia cara amica Silvia per avermi incoraggiata ad intraprendere questa nuova avventura.
La pallavolo è stata ed è fondamentale nella mia formazione e crescita personale perché, come ogni sport di squadra, si vive tutto in condivisione.
Qual è il coach del volley mainstream (del presente o del passato) a cui ti ispiri? Perché?
Potrei citare diversi personaggi famosi dello sport, ma la realtà è che prendo ispirazione da due allenatori che ho avuto la fortuna di conoscere. Il primo, Alessandro, mi ha trasmesso la passione per la pallavolo. Con lui credo di non aver saltato mai un allenamento o una partita, la squadra e le mie compagne erano sempre al primo posto e quando entravo in palestra gli allenamenti mi prendevano così tanto che la mente si alleggeriva, come accede ancora oggi. Il secondo allenatore, Gianluca, invece è stato il pilastro della mia “carriera” pallavolistica, perché la sua grinta e la voglia di vincere mi hanno insegnato che in ogni partita bisogna tirare fuori sempre il meglio di se e mettercela tutta fino all’ultimo punto. Loro due sono le mie fonti di ispirazione nello sport e non solo.
Qual è il/la pallavolista più forte che hai allenato? E quello/a avversario/a che ti ha maggiormente impressionato/a?

Ad oggi sicuramente uno dei giocatori più forti della squadra è Marco, un atleta completo sia nella prestanza fisica che nella tecnica ma altri giocatori e giocatrici mi hanno stupito ed impressionato positivamente nella loro crescita sportiva, parlo di Luca, Simona, Irene, White, Bruno… (l’elenco è incompleto ma non farò qui tutto l’appello).
Comunque ribadisco che nella pallavolo non è il singolo individuo a vincere, ma è sempre tutta la squadra ed ogni giocatore e giocatrice è fondamentale ed indispensabile per la crescita del gruppo.
L’avversario più ostico e rognoso che abbiamo incontrato durante l’anno è l’emotività, siamo una squadra particolarmente sensibile… ma con il tempo sono sicura che riusciremo a superare questo impasse. L’Atletico San Lorenzo è una squadra con un buon livello, non abbiamo niente da invidiare a nessuno, bisogna solo affrontare l’aspetto umorale.
Veniamo alla tua esperienza da allenatrice alla guida dell'Atletico San Lorenzo: la pandemia globale in corso ha bloccato la stagione a poco meno di due terzi del suo regolare svolgimento: rispetto alle premesse di inizio anno come giudichi il campionato fatto dai tuoi ragazzi e dalle tue ragazze?
Il Covid ha bloccato purtroppo non solo gli allenamenti ma anche il campionato. Siamo tutt* dispiaciut* dello stop, perché da quest’anno abbiamo alzato l’asticella assegnando ruoli precisi agli/alle atlet*; le partite erano un buon rodaggio per sconfiggere ansie e mettere a frutto i nuovi schemi.
Per finire un augurio che ti senti di fare ai tuoi ragazzi e alle tue ragazze in vista della prossima stagione.
Mi auguro che finisca presto il disagio che stiamo vivendo a causa della pandemia, mi auguro di rivedere il prima possibile la squadra in palestra per allenarci con la passione che contraddistingue l’Atletico e soprattutto auguro alla mia squadra la vittoria del prossimo campionato, perché l’obiettivo è sempre quello di realizzare i sogni.

L’ASD Atletico San Lorenzo è capofila del progetto “San Lorenzo per tutt3”, finanziato dal Bando Quartieri SPORT DI TUTTI (Edizione 2023) di Sport&Salute (CUP J59I22001760001) . Il Progetto che vede tra i partner, la Palestra Popolare di San Lorenzo, l’OdV La Scuoletta, l’Associazione Roda Onlus ed Ecos.
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Associazione Sportiva Dilettantistica Atletico San Lorenzo
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