
Settore giovanile
Le quote popolari so' mejo dei milioni.
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La Super Lega e il sogno di vincere la Coppa dei Campioni
Abbiamo sempre avuto una posizione critica rispetto al "calcio dei padroni”. Ma che ci possiamo fare? A noi il calcio nella sua essenza è sempre piaciuto. Siamo amanti, esteti dello sport in sé, e soprattutto siamo tifosi di squadre professionistiche. Non possiamo negarlo. Siamo cresciuti con l'amore per la nostra squadra del cuore. Quello che ti prende fin da bambino e non ti lascia mai più, anzi si tramanda da padre in figlia, da madre in figlio.
Allo stadio ci andiamo e con tutte le restrizioni liberticide degli ultimi anni (non le elenco, sarebbe troppo lungo), abbiamo continuato ad andarci. Non abbiamo lasciato passare tutto: alla tessera del tifoso abbiamo detto no, e anche alle barriere che separavano in due un cuore che pulsava. Su queste due cose almeno ci siamo fermati, e alla lunga abbiamo avuto anche ragione.
Pur nelle contraddizioni di uno spettacolo mercificato e capitalistico, qual'è il mondo del calcio, abbiamo ritenuto che la nostra presenza “dal vivo” fosse quello che rendesse genuino ancora quel baraccone. Genuino e popolare. Abbiamo continuato ad andarci allo stadio, ad indebitarci per le trasferte, vicine o lontanissime, con prezzi di biglietti via via sempre più cari, con la vita che ci correva intorno. E ogni tanto, lo ammettiamo, ce le siamo viste anche noi le partite in pay tv, per quelle trasferte a cui non siamo potuti andare.
Siamo cresciuti così. Tra curve, macchine, transit, settori ospiti, treni e radioline (e un po’ di partite in tv negli ultimi anni). Con una squadra da seguire. Dal vivo. Da tifare per 90 minuti e oltre, stipati in tanti su seggiolini stretti e scomodi. E più stavamo stretti e più eravamo felici. E più tornavamo a casa senza voce più eravamo felici.
Poi nelle nostre vite è scoppiato l’Atletico San Lorenzo. E conciliare tutto questo amore storico, seppure sempre più amaro, diventava via via più difficile. Soprattutto come impegno temporale, per tanti di noi che nelle domeniche (o nei sabati, e a volte anche negli altri giorni della settimana) dovevano incastrare lo stadio, le trasferte a volte vicine e a volte lontane della nostra squadra del cuore, con gli impegni e le partite delle compagini della nostra polisportiva popolare in giro per Roma e per il Lazio.
Il tutto perché? Perché questa è una malattia! Si chiama tifo. Ed è quella malattia che ti porta lontanamente a pensare che un giorno chissà... io, tu, il tuo vicino di posto in curva, il tuo compagno di squadra, abbiamo la possibilità di alzare al cielo la Coppa dei Campioni. Si proprio quella! Con la possibilità di battere, magari in finale, che so... il Real Madrid (maledetti franchisti).
Con la squadra professionistica che tifiamo e seguiamo fin dall’infanzia? Perché no? Con l’Atletico San Lorenzo? Anche!
In fondo per quale motivo l’Atletico San Lorenzo è nato? Beh, per dimostrare che un modello di sport autofinanziato e autorganizzato dal basso dai suoi stessi tifosi ed atleti potesse essere competitivo. E potesse battere, sul campo, quell’altro di modello… L’Atletico, come tutte le squadre al mondo, vengono fondate per vincere la Coppa dei Campioni. Senza se e senza ma. Chi altrimenti fonderebbe una squadra di calcio?
E noi in fondo, ce la siamo immaginata più o meno così la nostra finale di Coppa dei Campioni, o almeno la nostra attesa di quell’evento:

Ah dimenticavo, tutto questo è per dire che la Super Lega ci fa schifo, però ci sembrava talmente sottinteso che quasi a fine testo ancora non era stato necessario dirlo. Così come ci fa un po' schifo anche l'Uefa, la Fifa, i fondi di investimento che gestiscono i club, il pallone delle plusvalenze, dei miliardi e delle pay tv, ecc. ecc. ecc. E' per questo che abbiamo fondato l'Atletico San Lorenzo. Per giocare (e vincere) la Coppa dei Campioni.
Scuole chiuse o scuole aperte?
Nel nostro piccolo abbiamo pensato a delle attività, nei limiti imposti dalla situazione, che forniscano occasione di giochi motori. Abbiamo, quindi, strutturato attività di esplorazione e apprendimento da fare insieme ai propri familiari nelle vie del quartiere di San Lorenzo senza la nostra diretta supervisione.
Un altro genere di sport.
L'art. 37 della Costituzione sancisce che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione"
La salute della donna lavoratrice e del nascituro, il suo diritto a pari condizioni di lavoro e a pari opportunità sono tuttavia negati alle atlete professioniste, che si ritrovano in un cono d'ombra del diritto, assoggettate alle decisioni del CONI, che nega loro ogni tutela, e a quelle delle società sportive, che concedono loro – solo a volte e per buon cuore - un diritto costituzionalmente garantito.
Infatti, la legge n. 91 del 1981, che ha introdotto la disciplina del contratto di lavoro sportivo, si limita a qualificare gli atleti professionisti come coloro che “esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse, con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica”.
Per essere considerate professioniste, quindi, non è solo necessario che le atlete svolgano attività sportiva a titolo oneroso con continuità, ma viene lasciata alle singole Federazioni sportive la libertà di decidere i criteri, con cui distinguere fra gli atleti professionisti e quelli dilettanti.
Al momento le federazioni sportive italiane affiliate al CONI che hanno riconosciuto il professionismo sono: Federazione Italiana Giuoco Calcio (F.I.G.C.), Federazione Pugilistica Italiana (F.P.I.), Federazione Ciclistica Italiana (F.C.I.), Federazione Motociclistica Italiana (FMI), Federazione Italiana Golf (F.I.G.), Federazione Italiana Pallacanestro (F.I.P.).
Tuttavia, non tutte le competizioni hanno il diritto e il privilegio di potersi definire professionistiche. Per una strana coincidenza, sono tutte competizioni maschili. Il mancato riconoscimento del professionismo femminile ha conseguenze che incidono negativamente sulla tutela, l'autodeterminazione e sulle pari opportunità della donna lavoratrice sportiva.
Il caso di Lara Lugli è emblematico: la maternità della pallavolista è stata definita un grave inadempimento contrattuale e il contratto impostole dalla ASD Volley prevedeva la risoluzione del contratto per giusta causa per comprovata gravidanza. La sua legittima richiesta di ricevere il pagamento delle somme concordate è stata opposta in Tribunale e le è stato richiesto il pagamento dei danni, che la gravidanza avrebbe arrecato alla società.
Questa vicenda riporta l'Italia a una condizione femminile oscurantista e paternalistica, in cui il corpo della donna è di proprietà della società sportiva, pena il risarcimento del danno. La stessa mancanza di tutela si estende a tutti i diritti riconosciuti ai lavoratori e alle lavoratrici: le Federazioni scelgono chi considerare professionista e chi no, di chi tutelare il lavoro e di chi no.
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea non distingue tra attività sportive professionistiche e dilettantistiche, ma guarda alla natura economica o meno dell’attività svolta: ai fini della qualificazione di un’atleta quale professionista, è sufficiente che questa sia stipendiata periodicamente a fronte di un obbligo di effettuare una prestazione sportiva in forma subordinata, che costituisce la sua attività principale.
Riconoscendo alle disposizioni federali valore vincolante circa la qualificazione dei rapporti tra gli sportivi e le società, si consente all’autonomia privata di sottrarre rapporti di natura sostanzialmente lavoristica alla tutela per essi apprestata dalla Costituzione e dal nostro ordinamento.
Secondo Pierre De Coubertin "tutti gli sport devono essere trattati sulla base dell'uguaglianza", ma il mondo sportivo italiano non riconosce uguaglianza, tutela e diritti alle lavoratrici dello sport.
E' quindi essenziale e urgente la modifica della disciplina dello sport professionistico, guardando alla natura economica dell'attività svolta, liberando le atlete dalla schiavitù delle Federazioni sportive e delle società.
Quando il Calcio entrò a Palazzo.
È passato già del tempo da quando, con un’operazione massiccia e senza senso, polizia, prefettura e proprietà hanno sgomberato il Nuovo Cinema Palazzo. Un’esperienza politica e sociale, che nella sua opera, variegata e popolare, ha incluso anche una forte reciprocità con lo sport popolare, un rapporto totale e osmotico con l’Atletico San Lorenzo come pochi se ne registrano in Italia. Persino nell’Italia del movimento calcistico popolare.
Il Cinema Palazzo era, è, e speriamo torni ad essere presto la nostra casa, la nostra sede. Questa sorprendente reciprocità ha fatto sì che molti compagni e "avventori" del Cinema si cimentassero nello sport e nel tifo, come viceversa molti di noi hanno cominciato ad amare, seguire e militare in quel circuito virtuoso che è stato il mondo del Nuovo Cinema Palazzo. Centinaia sono le immagini, i momenti, le condivisioni che noi ragazzi e ragazze dell’Atletico, dai pulcini alla prima squadra, abbiamo stampate e immortalate per sempre nei nostri cuori.
Decine e decine le presentazioni di libri sullo sport nelle sue mille sfaccettature, gli spettacoli teatrali, le iniziative sul mondo ultras, sulla repressione e la tessera del tifoso, sugli abusi in divisa. Le cene, le feste per finanziare la polisportiva che abbiamo organizzato in questo luogo… se tanta bellezza è stata creata dalla volontà di molti, solo l’invidia e il disprezzo propri del potere, e la sua relativa logica economica, potevano cancellare questo puzzle di sentimenti… "Chi disprezza sgombera" recitava un motto coniato dai compagni del Cinema e mai fu più azzeccato.
Chi vi scrive è una componente del calcio maschile dell’Atletico San Lorenzo, due giocatori: avevamo una gran voglia di condividere questa testimonianza, semplice e allegra, perché nel nostro piccolissimo abbiamo fatto sì che in quel luogo, si parlasse perfino di calcio, quello con C maiuscola. Anche il Calcio è entrato a Palazzo. Abbiamo avuto l’onere e l’onore di superare qualsivoglia preconcetto sullo sport più bello del mondo. Abbiamo aperto le porte di quel posto a chi nella sua vita difficilmente lo avrebbe varcato, non limitandoci a questo, perché una volta usciti, nei loro volti c’era solo voglia di dire: "A quando la prossima?" Noi ce lo auguriamo un futuro e ora che si parla di passato ricordiamo con gioia e orgoglio quei giorni in cui si parlò di Calcio.
Parlare di Calcio sembra una cosa sempre banale che avviene ogni giorno, in ogni occasione, in ogni dove. Questo non è vero. O almeno non è vero se il considerare “parlare di calcio” è il parlare di Calcio a modo nostro, con competenza, con dedizione, con amore. Sottolineandone gli aspetti epici e romantici. Perché se è vero che passiamo gran parte della giornata indaffarati a lavorare o con piacere tra amici e famiglia, ci sono dei momenti in cui ci prendono “le farfalle nello stomaco”, che ci fanno vibrare dentro, tremare il cuore. Ed è quando si parla di Calcio, si, banalmente.
Ma non quando se ne parla nella misura in cui ci viene detto dell’ennesimo tampone negativo di Dzeko e Immobile o dell’ultima Lamborghini di Ronaldo, o del rinnovo plurimilionario di Neymar. Ci vengono le farfalle nello stomaco quando sentiamo il racconto in prima persona del rigore parato dal sanlorenzino doc Ginulfi a O’ Rey Pelè. Quando uno dei protagonisti ci racconta di come funzionava la difesa di Liedholm o della marcatura secondo i dettami di Di Francesco o la zona asfissiante di Zeman, dell’infortunio di Nela o quello di Ancelotti. Quando sentiamo raccontare in che modo Gentile annullò Maradona al Mundial ’82. Quando l’epica si trasforma in gioco o forse quando avviene il contrario.
Beh, c’è stato uno spazio che è riuscito nei suoi lunghi anni di sopravvivenza a fare entrare un determinato modo di parlare di Calcio all’interno del suo "palinsesto". Perché se è vero che principalmente al Nuovo Cinema Palazzo si è fatto teatro, musica, cinema, letteratura, ecc. va anche detto che tra quelle mura si è anche parlato di tattiche difensive, di sovrapposizioni sulle fasce, di tiri in porta, di parate e di rinvii dal fondo. Il Calcio si è fatto spettacolo teatrale grazie alle letture dei testi di Pippo Russo e di Marco Ballestracci. E riuscire a capire come il Calcio possa essere portatore di epica e di poesia, e che questa meriti di essere raccontata e descritta, non soltanto all’interno di piece teatrali, ma anche descrivendo una diagonale chiusa male o una marcatura saltata.
Gli ospiti delle rassegne "Uno per Ruolo" e "Clamoroso al Cinema", organizzati tra le mura del Nuovo Cinema Palazzo, hanno permesso di declinare questa epica con pathos e competenza. Tra questi persino campioni d'Italia come Ubaldo Righetti, difensore della Roma scudettata '83, e Morgan Croce, preparatore dei portieri e volto noto del calcio dilettantistico. C’è stato un giorno in cui il Calcio è entrato a Palazzo, al Cinema Palazzo, avvicinando a quello spazio persone che magari non ci sarebbero mai entrate. E questo è il grande potere che quel pallone, quello di una volta fatto di pentagoni neri ed esagoni bianchi, ha proprio stampato nella sua essenza. Parla a tutti, trasversalmente. A religioni diverse, a credi politici diversi, a sessi diversi. E solamente in uno spazio con la sensibilità e il pluralismo quale era il Nuovo Cinema Palazzo questo dialogo poteva accadere e così bene.
Certo far passare questo messaggio non è stato facile: si partiva pur sempre da quella sorta di diffidenza e miscredenza che spesso accompagna il calcio negli spazi sociali. E qui sta il nostro merito, e il merito dell’Atletico tutto. Spesso si ritiene che chi ha a cuore il calcio sia necessariamente modulato sulla frequenza dominante mutuata dal giornalismo e dal videogiornalismo mainstream e da un modello moderno che effettivamente ha perso gran parte della sua magia. Ma visto che a noi della nostalgia ne abbiamo piene le scatole, nelle contraddizioni del calcio moderno ci vogliamo entrare.
Ci sta poco da fare! Una parata sotto al sette di un Donnarumma qualsiasi, ripresa da 50 telecamere in 4k, ci fomenta. Allo stesso modo in cui ci fomenta una respinta di piedi di Garella o l’entrata in scivolata di De Rossi sulla linea in Roma-Napoli plurifotografata. Ci fomenta ricordare una chiusura di Vierchowood su Bettega. E questa contraddizione circa il calcio moderno al Nuovo Cinema Palazzo ci è entrata, non celandosi dietro al dito di un facile “No al calcio moderno”. Certo la tessera del tifoso, l’articolo 9, i biglietti nominativi, i tornelli, le pay-tv che decidono orari e palinsesti, ci fanno schifo a tutti, e in parte anche alcune declinazioni moderne del gioco (il poter toccare la palla in area dopo il tocco del portiere proprio non riusciamo a capirla), però il calcio nella sua essenza è lo stesso e noi continueremo a cantarlo sempre, e per sempre.
Lunga vita al Calcio, lunga vita al Nuovo Cinema Palazzo!
A seguire qualche bella immagine delle iniziative di "Uno per Ruolo" organizzate dall'Atletico San Lorenzo al Nuovo Cinema Palazzo.
Cliccando qui trovi la galleria fotografica completa.

(le maglie e i guanti di grandi portieri su una delle pareti del Cinema Palazzo)

(la testimonianza di Ginulfi, il portiere sanlorenzino che parò un rigore a Pelè)

(un momento di "Uno per Ruolo #1" dedicato al ruolo del portiere)

(aneddoti e racconti nel corso di "Uno per Ruolo #2" dedicato al ruolo del difensore)

(una chiusura difensiva di Vierchowood si trasforma in epica e poesia)

(il "professor" Ubaldo Righetti segnala i movimenti della fase difensiva sullo schermo del Nuovo Cinema Palazzo)

(un giovane "atletico" interviene alla discussione sul Calcio)
Diario di quarantena.
Sapevamo sarebbe andata così, l’abbiamo sempre saputo, dall’estate vissuta come se la pandemia appartenesse ormai al passato, all’autunno quando i contagi aumentavano esponenzialmente settimana dopo settimana. Erano ancora consentite le attività sportive, anche gli sport di contatto. Il lavoro invece, quello non si è mai bloccato, neanche nella prima ondata.
Quando è iniziato l’anno sportivo, tantissime persone si sono affacciate alla nostra squadra di basket. Abbiamo sempre accolto tutti negli anni passati. Il mese di settembre spesso ci ha visto allenare anche in 30. Quest’anno però il numero di atleti che volevano giocare per la squadra di basket maschile dell'Atletico San Lorenzo ha sorpreso tutti. Un numero inimmaginabile.
<<Mi chiamo D e ho sempre giocato a basket, ma purtroppo la mia società quest’anno ha deciso di non iscriversi al campionato. Non vorrei fermarmi, ho 20 anni, vorrei sapere se posso provare con voi, ho letto di voi, mi piace molto il vostro progetto sociale.>>
E ancora:
<<Salve, mi chiamo F, volevo sapere i vostri giorni d’allenamento, mi piacerebbe giocare per i vostri colori. Ho sempre giocato in serie D ma purtroppo quest’anno la società non conferma l’iscrizione al campionato. Mancano i soldi e a nessuno piace navigare nell’incertezza soprattutto per gli sponsor che investono. Mi chiedevo se potevo provare con voi…>>
<<Ciao, mi chiamo A. Un mio amico mi ha parlato del vostro progetto di basket popolare, sono molto il linea con quello che fate, in più frequento spesso San Lorenzo, gioco sempre al Playground di Largo Passamonti, vedo i vostri adesivi ovunque. Gli scorsi anni ho giocato con un'altra squadra, ma quest’anno non posso permettermelo, e soprattutto non sono sicuro che faranno il campionato… Posso provare con voi? Ho sempre giocato da guardia, sono discreto nel palleggio.>>
Avevamo così tante richieste che con lo staff tecnico abbiamo pensato addirittura di poter formare finalmente una seconda squadra. Settembre ci ha visto allenare nei parchi di Roma, quei parchi che durante la prima ondata erano rimasti chiusi. A Villa De Sanctis abbiamo svolto il primo mese, poi ci siamo spostati davanti al cimitero del Verano: correre a San Lorenzo è tutta un’altra cosa per noi. Uno slalom tra le macchine, uno tra i fiorai, e abbiamo finito la preparazione atletica.
Dirigente F: <<Ragazzi, finalmente da domani abbiamo il campo al chiuso, ci siamo. Adesso, mi raccomando massima accortezza nel rispettare i protocolli di sicurezza che ci siamo dati: indossare la mascherina quando si entra e quando si esce dal campo, all’entrata ci misureremo la temperatura e compileremo dei moduli autocertificativi, troverete il gel igienizzante, usatelo! Non lasciate nulla di vostro nel campo e neanche negli spogliatoi. Mi raccomando negli spogliatoi rispettate il numero massimo consentito e soprattutto i tempi di permanenza. I Cavalieri di Colombo sono la nostra casa, comportiamoci responsabilmente, più di come abbiamo sempre fatto… Se avete sintomi, anche un leggerissimo raffreddore state a casa>>
Finalmente palleggiare, correre, passarsi la palla, segnare da tre, treccia, suicidio, esercizio di tiro, piegamenti… e ancora schemi offensivi, schemi difensivi, difesa a uomo, difesa a zona… siamo entrati nel mood… lo stesso mood che ci ha posizionati primi in classifica lo scorso anno prima della sospensione di tutti i campionati. Ma i contagi aumentavano, il numero massimo di persone consentite in campo era di 16. Abbiamo dovuto dire a tantissimi atleti che non c’era posto per loro, i protocolli non ci permettevano di accogliere tutti. È iniziata però subito la ricerca di un nuovo campo e di un nuovo staff per formare la seconda squadra, visto che lo spirito atletico non ci poteva permettere di lasciare persone senza poter praticare sport. Avremmo voluto svolgere il campionato amatoriale UISP con tutte queste persone che ci hanno scritto. L’unico campionato accessibile economicamente dato il delicato anno in corso.
Dirigente F: <<Ragazzi, la federazione ci obbliga a fare un test sierologico per poter svolgere il campionato quest’anno.>>
D: << Fantastico, quindi ci sta davvero la possibilità di iniziare il campionato?>>
Coach M: <<A quanto pare sì! Certo dovremmo prestare molta attenzione ai protocolli sanitari ma sì, con un po' di attenzione e non poca fortuna forse riusciamo a giocare a basket quest’anno.>>
A: <<Ma davvero basta un sierologico ad inizio stagione per tutelare tutti gli atleti?>>
Coach M: <<Questo è quello che ci ha detto la federazione. C’hanno troppi impicci economici, non possono permettersi di chiudere tutto nuovamente. Finché la barca va la lasceranno andare. Finché possono strappare le prime rate, soldi di iscrizioni ai campionati e affitto dei campi sportivi, faranno svolgere tutto. Poi si vedrà. Adesso però basta con questi problemi! Abbiamo un’ora di allenamento e il campo ci costa un occhio della testa. Voglio vedervi correre e sputare sangue. Ogni allenamento potrebbe essere l’ultimo quindi daje n’po. Ad allenamento finito se famo 'na biretta per parlare di questa situazione di merda. Adesso correre>>.
E così abbiamo iniziato a correre! Nell’incertezza collettiva, noi come tutte le altre squadre della nostra polisportiva popolare. E di tantissime altre società che hanno preso la stessa decisione. Ci siamo dati dei protocolli sanitari ancora più restrittivi di quelli ministeriali. L’indicazione che abbiamo preso tutti e tutte insieme è stata quella di continuare le nostre attività sportive finché sarebbe stato possibile. Abbiamo voluto correre il rischio consapevoli del costante aumento dei contagi. Se siamo comunque costretti ad andare a lavoro usando dei mezzi di trasporto strapieni con altissimo rischio di ammalarci, perché non dovremmo giocare a basket quando è ancora consentito farlo?
E: <<Ragazzi, dato l’aumento di contagi sono vietati gli sport a livello amatoriale…>>
G: <<Questo vuol dire niente partitelle al Playground?>>
Coach M: <<A quanto pare si! E data la situazione vuol dire anche addio al progetto della seconda squadra. Almeno per quest’anno.>>
D: <<Noi invece possiamo continuare? Ma che senso ha? Cioè sono felice per noi ma non lo trovo giusto… Qual è la logica?>>
E: <<La logica è sempre la stessa. Ciò che è amatoriale non muove soldi. Ciò che è autogestito, gli sport di squadra nei parchi, le partitelle tra amici ai campetti ecc. Tutte queste cose non muovono soldi e in più fanno aumentare i contagi. Noi invece come tantissime società sportive dilettantistiche, muoviamo tantissimi soldi, tra federazioni da pagare e l’affitto di impianti sportivi.>>
R: <<Mi state dicendo che la comunità dei domenicani che da anni gioca alla Snia non può più giocare?>>
E: <<Neanche la comunità cinese, né quella filippina che gioca al Playground del Cinodromo, né tutte quelle persone senza squadra che si concedevano due tiri a canestro dopo il lavoro.>>
Dirigente F: <<Ragazzi, la Fip ha annullato la prima rata per il nostro campionato. Probabilmente temono non si iscriva nessuno e ha addirittura comunicato che non serve più neanche il test sierologico per giocare.>>
D: <<Guardate, io faccio il medico, sono a rischio contagio tutti i giorni. Mi sembra chiaro che la federazione non ci dà nessuna tutela per le nostre attività. Ho già preso il covid a marzo, accetto di infettarmi nuovamente salvando vite in ospedale, ma non per giocare a basket. Nonostante sia ancora consentito giocare per la nostra categoria, preferisco non allenarmi più per salvaguardare voi, me stesso ma soprattutto i miei pazienti. Vengo a vedere gli allenamenti ma non giocherò.>>
R: <<Anche io prendo la stessa decisione. Anch’io faccio il medico e ritengo assurdo continuare senza nessuna tutela.>>
A: <<E' assurdo tutto ciò, ma vi capisco benissimo. In un momento del genere la salute viene prima dello sport. Se solo avessimo a disposizione tamponi ogni settimana, magari ogni due. Se la federazione potesse aprirci delle convenzioni per poter pagare di meno e fare dei controlli regolari. In Serie A le società pagano regolarmente dei tamponi, li fanno tutti i giorni a tutti i tesserati. Ma loro possono permetterselo, e nonostante tutto sono tantissimi i contagiati. Noi, invece, siamo abbandonati a noi stessi. Alla Fip in questo momento non interessa la nostra salute, ci consente addirittura di svolgere attività, ma che crede davvero che al nostro livello le società possono permettersi di pagare un tampone ad atleta una volta a settimana? Magari avessimo tutti i soldi che ha la Juventus.>>
E: <<Un tampone rapido costa 22 €. Una volta a settimana fino a maggio, per 16 atleti... ci costa circa 14.000 €. Praticamente più del doppio dell’affitto del campo e dell’iscrizione al campionato messi insieme. E se ampliassimo il discorso a tutte le squadre dell'Atletico sarebbe una cifra assurda.>>
Abbiamo continuato ad allenarci, non tutti. Tantissima gente vedeva negata la possibilità di giocare liberamente al campetto, noi invece potevamo usufruire regolarmente di un campo al chiuso e utilizzare gli spogliatoi. Quanto sono brutti i privilegi, non ci siamo mai sentiti dei "privilegiati" ma lo siamo stati per due settimane. Il protocollo base per il contenimento del contagio era lo stesso che altre società amatorial o gruppi autogestiti avrebbero usato altrove nei vari campi. Eppure a noi è stato concesso di continuare, a tutti gli altri no. Perché noi paghiamo, altre persone no. La nostra categoria fa muovere soldi, altre realtà no.
La consapevolezza che da un giorno all’altro il virus sarebbe potuto entrare nella nostra squadra cresceva giorno dopo giorno. Gli ultimi allenamenti gli abbiamo svolti in otto. C’era sempre qualcuno tra noi, a parte i medici, che decideva di restare a casa per probabile contatto con positivo, o contatto di contatto, ecc. L’ultima settimana addirittura senza coach, chiuso a casa in quarantena fiduciaria.
M: <<Ragazzi fra qualche giorno esce il nuovo DPCM, sapete che vuol dire?>>
S: <<Mi sembra chiaro che chiuderanno tutto, tranne il lavoro.>>
M: <<D’altra parte a me neanche va più di allenarmi. Ci alleniamo male, in pochi, con l’ansia di contagiarsi… con il coach in quarantena fiduciaria… com’è possibile che ci abbiano permesso di svolgere attività fino ad oggi? Per me è follia pura.>>
Dirigente F: <<Che ci chiudono con il prossimo DPCM è quasi certo. Per fortuna abbiamo pagato solo la prima rata alla Fip, così come per il campo. Cioè giusto un mese dovremmo pagare. Ma nonostante quota 20.000 contagi al giorno dalla federazione continuano a dire che il campionato inizia a novembre. O sono completamente impazziti oppure la Fip ha scoperto il vaccino!>>
A: <<Credo sia più un modo come un altro per farsi pagare le prime rate da qualche società che naviga nell’oro e nell’ottimismo. Non riesco a vederla diversamente.>>
E: <<In più contagiarsi o stare a contatto con qualcuno aumenta le possibilità di restare a casa obbligatoriamente. Stare a casa significa non poter andare a lavoro, come guadagno da vivere?>>
M: <<Ormai è altamente probabile beccare qualcuno con il virus. Rispetto a marzo ormai è entrato nella casa di tutti. Guardate solo la nostra squadra: coach in quarantena fiduciaria, D aspetta l’esito del tampone del suo amico, stessa cosa per P. Io sono convinto che non possiamo aspettare il prossimo DPCM, dobbiamo fermarci prima, prima che sia troppo tardi. Aanche perché neanch’io posso permettermi due settimane non retribuite a casa.>>
Ultimo allenamento svolto giovedì prima del DCPM, eravamo in nove. Nell’aria, all’inizio, c’era una tristezza infinita e la consapevolezza che sarebbe stato l’ultimo allenamento. Questa pandemia ha rubato due anni di vita sportiva a tutti e a tutte, grandi e piccine. L’ultimo allenamento, però, ce lo siamo goduto comunque. Come quando in partita mancano 2 minuti e sei sotto di 20 punti ma non ti vuoi arrendere. Sai già che la partita è finita, ma l’orgoglio ti fa lottare comunque. E ti viene quel sorriso amaro se al triplice fischio ti ritrovi sotto di 15. Magari ci fosse un altro quarto ancora da giocare. Lo stesso sorriso amaro che ci ha accompagnato per tutto l’ultimo allenamento, l’abbiamo indossato fin sotto la doccia.
Il giorno dopo già discutevamo di riprendere gli allenamenti su Skype! Una squadra resta una squadra sempre, nonostante una pandemia. L’Atletico San Lorenzo è prima di ogni cosa voglia di stare insieme.
P: <<Ragazzi, purtroppo non mi sento bene! Sento poco gli odori o qualche decimo di febbre, andrò a fare un tampone. Non ho avuto contatti con dei positivi. Nel frattempo non andrò neanche a lavoro.>>
D: <<Maledizione facci sapere come stai. Intanto tutti quelli che erano presenti all’ultimo allenamento si mettano in quarantena fiduciaria aspettando il tampone di P.>>
E: <<Tanquillo P. Andrà tutto bene, lo dice anche Giuseppi. Intanto tieniti forte e facci sapere.>>
M: <<Ragazzi, comunque dobbiamo fare 14 giorni di chiusura a casa, di nuovo! Significa niente lavoro, niente stipendio. P tieni duro e mangiati tante arance.>>
R: <<Ma sì, magari è un raffreddore. Te l’avevo detto di asciugarti i capelli dopo la doccia. Vedrai che esci negativo. Intanto nessuno esca da casa, aspettiamo l’esito del tampone.>>
Coach M: <<Vedrai che è un raffreddore! Considerando che la Fip è convinta il campionato inizi a novembre, hai tutto il tempo di riprenderti. Fatti forza, vedrai che non è nulla e potrai uscire presto da casa e andare a lavoro.>>
L’esito è arrivato quattro giorni dopo. Positivo. Per fortuna l’intera squadra si è messa da subito in quarantena fiduciaria. Adesso siamo tutti in attesa di fare il tampone. Chi per necessità deve tornare subito a lavoro lo farà a pagamento allo scadere del decimo giorno, gli altri aspetteranno i fatidici 14 giorni senza sintomi.
Siamo solo all’inizio di questo lungo inverno. Ormai lo sport per la nostra squadra è passato in seconda fila. Adesso ci sta solo preoccupazione per lo stato di salute dei nostri compagni e delle loro famiglie. Ci sta paura per non sapere minimamente come affronteremo economicamente questo periodo.
Ci sta rabbia perché da una parte ci comunicano che mancano i soldi dall’altra siamo consapevoli che l’1% della popolazione mondiale detiene tutto il patrimonio.
Rabbia perché stare a casa non è possibile senza un reddito universale per tutti e tutte.
Rabbia perché si chiude tutto. Si chiude lo sport e la scuola. Ma si tengono aperte le fabbriche.
Rabbia perchè non ci sono mezzi di trasporto sicuri e la gente continua ad ammalarsi sui tram perché costretta ad andare a lavoro.
Rabbia perché quei pochi soldi pubblici che ci sono vengono usati male.
Rabbia perché si chiudono gli spazi pubblici necessari in questo periodo e si continua a reprimere chi sta facendo solidarietà attiva portando pacchi alimentari alle famiglie.
Rabbia perché nonostante la prima ondata si è continuato a pensare all’oggi e non al domani.
Rabbia perché federazioni ed enti sportivi continuano a seminare incertezza collettiva, seminando false speranze.
Rabbia verso un sistema in cui lo sport e la scuola sono considerati beni accessori e non fondamentali.
Rabbia e consapevolezza che è il profitto a muovere tutto e a dettare le leggi.
Rabbia e amarezza per quello che ci aspetterà nei prossimi mesi, in cui continueremo a navigare tutti insieme nel mare dell’incertezza sopra una barca che affonda seguendo una direzione sbagliata.
Il centro estivo dell'Atletico San Lorenzo.
In questi giorni, con accorta discrezione, abbiamo contribuito a realizzare una possibilità di un'estate diversa per alcune famiglie e i loro bambini. Discrezione necessaria per le precauzioni dettate dalle circostanze e per la nuova collaborazione nata tra due soggetti che operano sul quartiere San Lorenzo: l'Atletico San Lorenzo, una polisportiva attiva ormai da sette anni a tutela del diritto allo sport per tutte e tutti, e Scalo Playground 2020, che da quest'anno si è aggiudicato la gestione estiva dello spazio verde e sportivo di Largo Passamonti. Dalla reciproca conoscenza tra le due realtà, già avviatasi con la Festa Atletica di lancio dell'azionariato popolare svoltasi lo scorso luglio nella cornice rimessa a nuovo del Playground, è nato un Centro Estivo aperto dal lunedì al venerdì, dalla mattina al pomeriggio.
Dopo le prime due settimane ci azzardiamo a pensare che sia stato un successo, per nulla scontato. Ad un primo sguardo può apparire semplice che un centro estivo gratuito possa avere una buona riuscita, ma alzando il naso da terra ci si accorge che non è così. Chi ha coordinato ed organizzato il centro ha dovuto conquistarsi la fiducia necessaria, affinché le famiglie si sentissero sicure di affidarci i loro figli e le loro figlie. I lavoratori di Scalo Playground si sono impegnati nel pulire rapidamente il parco e a mettere a disposizione spazi e materiali (ed acqua, visto che, a distanza di anni, nessuna amministrazione si è preoccupata di arricchire lo spazio verde con una fontanella o un rubinetto, nonostante le richieste). Non meno problematico è stato il caldo, che arroventa questo quartiere pieno di asfalto anche in queste prime settimane di settembre. Questi ostacoli sono problemi quotidiani per la gestione di un'attività all'aria aperta. Niente di inaspettato quindi, niente che non avessimo previsto.

Ma il vero elemento, che rende un Centro Estivo un successo o un fallimento sono i bambini e le bambine che vi partecipano. Dalla LORO partecipazione alle nostre attività abbiamo capito quale potesse essere il fattore critico dell’insuccesso, una difficoltà importante che deve essere affrontata. Chiariamoci, non una difficoltà generica, o un problema educativo o comportamentale. Il problema è la privazione delle possibilità di imparare a conoscere il mondo attraverso il movimento, l’esplorazione, il divertimento e il fallimento. A causa dell'emergenza covid-19, a causa delle incertezze per il presente, diverse ansie cadono a cascata anche su di LORO nel quotidiano, attraverso le preoccupazioni dei loro genitori e dei loro cari, che non sanno quale futuro ci potrà essere per LORO.
Li abbiamo visti pieni di desiderio di tornare a stare insieme: per divertirsi, per misurarsi tra di loro e con noi operatori. Ma li abbiamo visti anche stanchi e a tratti nervosi, come se ricominciare non fosse poi così facile. Non è semplice la costanza quando l’attenzione è poca e otto ore sono tante. Non è scontato il bisogno di riposarsi e recuperare da affaticamenti e acciacchi che potrebbero avere loro come i loro istruttori, qualcosa da considerare come un avvertimento. E così noi “operatori sportivi" mutiamo in altro, attenti a non rompere quell’alchimia preziosissima che sgorga da amicizie quasi seccate dal lockdown.
Ci dimeniamo nel trambusto definendo dei confini nei ruoli e allo stesso tempo offrendo LORO delle possibilità: per giocare, per parlare, per correre, per conoscere e conoscersi nuovamente, per ricordare cosa voglia dire essere bambine e bambini. Ci aspetta una ultima settimana assieme, prima del LORO rientro a scuola: trasformeremo la possibilità di giocare ed allenarci insieme nell'opportunità di costruire un ricordo prezioso per affrontare le sfide dei prossimi mesi.
Ciao Andrea, raccontaci la tua biografia sportiva.
Mi chiamo Andrea Dorno, nato il 18 settembre 1995. Il basket è entrato nella mia vita molto prima che sapessi camminare, mio padre è stato un giocatore per tantissimi anni, poi allenatore. Ci giocava anche mio fratello, quando avevo tre anni ricordo che qualche partita ‘’allegorica’’ l’ha giocata anche mia madre, non so se lo ricordo veramente, ma ci sono delle foto che testimoniano tutto ciò. Il basket è entrato nella mia vita molto prima che scoprissi cos’è il basket veramente. Come tutti o tutte che ne hanno la possibilità, ho iniziato a giocare quando avevo 5 anni, rincorrendo la palla, facendo gli slalom tra i birilli: avevo un testone spropositato come tutti i bambini a quell’età. Ho iniziato a giocare ad Avetrana, nella società di basket in cui allenava mio padre. Il mio primo allenatore è stato Walter Rizzo, era lui ad allenare i più piccoli mentre mio padre allenava le squadre senior. In realtà Walter allenava le più piccole, Avetrana aveva delle squadre femminili formidabili, ai maschietti, per cultura o per divertimento, piaceva fare calcio. Avetrana è un paesino piccolissimo, più passano gli anni, più la gente emigra e il paese diventa sempre meno giovanile. Per tantissimi anni sono stato l’unico della mia età a giocare a basket e quindi mi sono allenato fino agli otto anni con la femminile e i ragazzi più grandi. Ogni tanto avevo il privilegio di giocare con i più grandicelli, classe 92/93 (ai tempi quella categoria si chiamava Bam), oppure con quelli ancora più grandi, classe 89/90, la squadra di mio fratello. Da piccolissimo ho sofferto moltissimo il fatto di non avere una squadra di coetanei: con le ragazze non potevo giocare anche perché erano notevolmente più grandi di me, fatta eccezione di qualcuna, i maschietti più grandi invece non passavano la palla e non mi si filavano perché ero piccolo, i primi eccessi di testosterone iniziavano per loro ad andare in circolo creando i primi episodi di machismo e bullismo a cui ho assistito in vita mia. Poi finalmente, circa a 9 anni, i compagni della mia classe decidono, dopo tantissime suppliche da parte mia, di venire a farsi un allenamento e provare con la pallacanestro. Ricordo quell’anno come l’anno più felice della mia vita, facevo parte di una squadra, una squadra fatta da gente che conoscevo, miei coetanei. La mattina a scuola e il pomeriggio in palestra, inutile dire che sono nate delle amicizie che durano tutt’ora. Alcuni dei miei compagni di squadra del tempo sono i miei migliori amici. Alessandro Saracino, mi commuovo se penso che ora è un tifoso dell’Atletico San Lorenzo, vederlo nella San Lorenzo Arena mi ha fatto scendere dei goccioloni monsonici dagli occhi. Tutt’ora giochiamo nel play-ground della Snia insieme, proprio come facevamo da piccoli ad Avetrana. Ero il più forte della squadra, ero capitano, giocavo ormai da 5 anni, tutti gli altri erano appena arrivati dal calcio. Mio padre iniziò ad allenarci, Avetrana riuscì grazie ad una giunta comunale molto sensibile al tema sportivo, ad ottenere un palazzetto da urlo. Fu anche (e soprattutto) questa struttura gigante, finanziata e sostenuta dal comune e dalle società ad aver fatto esplodere il basket, così come il mini calcio, la pallavolo, il pattinaggio e tantissimi altri sport ad Avetrana. Ogni fine anno sportivo, mio padre insieme a tutta la società di basket, le squadre, i genitori, gli atleti e le atlete organizzavano un torneo di minibasket, gigante, venivano da tutta la regione. Avetrana conta poche migliaia di abitanti, per quel giorno ospitava fino a 8000 persone… il primo campionato della mia squadra (così come tutti i campionati della mia vita), non ha visto vincitrice la squadra per cui giocavo. Il primo anno la mia affiatatissima squadra di minibasket, perdeva regolarmente ogni partita, risultati incredibili, ricordo un 114-9 a favore di una formidabile Martina Franca. Crescendo abbiamo iniziato a giocare meglio, i miei compagni hanno sempre fatto affidamento su di me, d’altra parte grazie a mio padre che allenava, praticamente ero con la palla in mano quasi per 6 ore al giorno. Iniziavo allenamenti con i piccoli, poi arrivava la squadra mia, poi iniziavo con i più grandi, poi con le ragazze, poi a guardare la squadra senior… era un rituale: papà staccava dall’Ilva, mi passava a prendere, chiedeva se avevo fatto i compiti (lo faceva con chiunque), se non li avevo fatti li facevo in palestra (a volte baravo). Iniziammo a vincere qualche partita, segnavo in media 30/40 punti a partita, giocare con i più grandi dava i suoi risultati. Improvvisamente le elezioni politiche cambiano la giunta comunale. Sale il centro destra, i finanziamenti alle strutture sportive finiscono. La società va in rosso per decine di migliaia di euro. Avetrana fallisce. Smetto di giocare all’età di 12 anni. Mio padre ha una cicatrice tutt’ora aperta nel cuore, non ha più parlato di basket per parecchi anni. Perdo un anno e mezzo di basket, ma prendo 20 cm d’altezza. Non avevo nulla da fare. Giocavo a calcio per le strade del paese, andavo in bici, abbiamo iniziato a fumare qualche sigaretta e ad annoiarci. La mia annata ricevette un durissimo colpo quell’anno. Rimanevano le amicizie, quelle mi hanno sempre tirato su. Cosa rimaneva di tutti quegli anni passati dentro il palazzetto a giocare a basket? Per me rimaneva Alessandro e tantissimi palloni a casa che non ho mai potuto usare perché non avevo un canestro, per mio padre rimanevano foto, ricordi e casacche custodite con cura maniacale a casa. Non volevo fermarmi, volevo giocare, vorrò sempre giocare… Mio padre non voleva che giocassi perché credeva che stessi inseguendo un sogno inutile e pericoloso. Secondo lui sarei finito da una società all’altra, trattato come un oggetto da presidenti padroni e società in bilico, per colpa del basket avrei lasciato o affrontato male gli studi, aveva paura mi sarei ritrovato dopo una vita di gioco, ad una vita in fabbrica a respirare veleno più o meno come lui. Amo il basket, ma non avrei mai lasciato gli studi. Promisi questa cosa, piansi, mi disperai, ma non sono riuscito a convincere mio padre (almeno all’inizio). Fu grazie a mia madre, a cui devo tutto ciò che di buono mi è capitato nella vita, che ho ripreso a giocare per il Vis Nova Messapica Manduria, sponsor Museo del Primitivo. Avevo perso quasi due anni di gioco, ero quasi 180 cm, ho dovuto riscoprire questo sport con le mie nuove misure. A Manduria, sono stato allenato da coach Dinoi, mio zio, se mio padre riuscì a darmi tutti i fondamentali, mio zio mi diede l’impostazione di gioco e le letture. Da lui ho imparato qualcosina sul vero basket, ho iniziato a ‘’masticare’’ i primi movimenti, le rotazioni difensive, ogni tipo di difesa a zona, ho imparato dai più grandi di me. Lì giocavo in ogni giovanile possibile, under 15, under 17 under 19, in più, qualche convocazione in D. Ero gasatissimo, davo il massimo, ero felicissimo di giocare in prima squadra anche se il primo anno l’ho giocato tutto in panchina, tranne ad una partita contro il Fasano in cui entrai perché eravamo carichi di falli. Gli anni successivi ho iniziato a giocare qualche minuto e a iscrivermi regolarmente a referto, continuavo a crescere senza prendere peso e, come un telaio di un aquilone, ho raggiunto 190cm. Arrivo ai miei 18 anni, ultimo anno di basket prima della partenza per gli studi, ogni meridionale che vuole laurearsi sa che arriva quell'anno maledetto, ricco sia di speranza sia di tristezza. Ma fallisce anche la società del Vis Nova. Perdo un altro anno di basket, l’ultimo in cui avrei potuto giocare in Puglia. Né mio padre, né mio zio mi hanno mai detto che avrei potuto tranquillamente giocare per qualche società, né mi hanno mai chiesto se avessi voluto continuare a giocare. Le loro azioni, scaturite dai timori del mio possibile abbandono scolastico, continuavano a dare i loro frutti marci, non ne faccio loro una colpa, purtroppo in Italia, sport e istruzione viaggiano su due rette parallele e questo ahimè l’ho scoperto fin da piccolo. Quell’anno per la prima volta pensai che lo sport in Italia non avrebbe mai avuto un futuro, il mercato si è mangiato ogni cosa, arrivando a privarti anche dei tuoi sogni da ragazzo. O hai la fortuna di essere chiamato in seria A o B quando hai 13 anni, oppure ciò che ti aspetta è un’adolescenza senza sport agonistico. Fu quell’anno che iniziai ad appassionarmi alla politica. Due cose erano chiare per me: privare una società della possibilità di fare sport è un’ingiustizia, le responsabilità di questa ingiustizia è politica (e non solo di questa!). Ho tantissimi ricordi e tantissime esperienze da raccontare potrei stare ore a scrivere, l’anno in cui è fallita la serie D a Manduria, l’anno in cui mi sono ritrovato nuovamente senza società, fu stranamente anche l’anno in cui mi chiamarono per lo AllStarGame Puglia, a Villa Castelli durante un camp estivo, lì giocammo una partita simbolica, una delegazione convocò i venti ragazzi più forti della Puglia (secondo loro), tutti under 20. In questo modo risparmiarono moltissimi soldi, di solito durante i centri estivi veniva sempre il Belinelli della situazione. Mi sentivo fuori luogo, ero l’unico senza società, l’unico ad aver giocato in D (tutti gli altri andavano dalla C1 in su). Giocai per vincere come sempre si dovrebbe fare nello sport, mi rifiutai di fare la gara di schiacciate, non me la sentivo anche se ormai schiacciavo tranquillamente come volevo. Come mi ha insegnato coach Dinoi, una schiacciata realizzata scrive due punti a referto come un appoggio sicuro a tabellone. In più in quel periodo iniziai ad odiare tutto ciò che il mercato estraeva dallo sport, la gara di schiacciate mi sembrava uno spettacolo inappropriato soprattutto per il contesto, L'AllStarGame dell’Nba non era più quello di una volta, doveva solo far vendere biglietti. Iniziai ad odiare l’Nba, le sue pubblicità infinite e le sue contraddizioni le sue regole che cambiano a seconda delle richieste del mercato. Non ho mai visto nessuna partita, né di Eurolega, né della serie A italiana. Ho sempre amato solo ed unicamente giocare, non ricordo nomi di allenatori importanti, né di grandi campioni. Infatti durante questo camp estivo per minibasket a cui fummo invitati a giocare come ‘’ragazzi pugliesi (tutti maschi) under 20 che ce l’hanno fatta’’ (fare una grossissima risata), fui allenato da un allenatore famosissimo a detta di mio padre. Ancora oggi non so chi è, né mi importa saperlo. Parto per Roma con tanti dispiaceri, le scarpette appese al chiodo ma felicissimo della nuova vita, felicissimo di avere dei play-ground in cui giocare gratis ogni volta che voglio. In Puglia, ad Avetrana non avrei mai potuto farlo, mancano le strutture. La bellezza di largo Passamonti… Lì incontro Lorenzo Ciccola, Valerio Vernile, mi dicono di venire a giocare con l’Atletico San Lorenzo ed eccomi qui 5 anni dopo, di nuovo in campo, questa volta con i colori giusti, i colori di una società che non può fallire mai.
Qual è l'atleta del basket mainstream (del presente o del passato) a cui ti ispiri? Perché?
Non l’ho mai visto giocare - ormai aveva un’ernia al disco, capelli assenti e un panciotto semi-arrogante - però il giocatore a cui mi ispiro è mio padre. Per me il vero cestista non è solo chi gioca bene, ma chi fa appassionare più gente possibile a questo sport. Il vero giocatore, quando non può più giocare per infortuni o età avanzata, allena. Lui per me è da sempre il giocatore a cui mi ispiro.
Qual è il giocatore più forte con cui hai mai giocato? L'avversario più ostico da affrontare?
Premetto che ho da sempre avuto problemi con i nomi e i cognomi, ho giocato con tantissima gente molto forte, ma il giocatore più mastodontico contro cui ho giocato è Mimmo Morena, icona assoluta del basket napoletano e poi del basket pugliese, ai tempi se non sbaglio giocava con l’Ostuni. Mentre l’avversario più difficile da battere per me è il mercato, il mercato vince sempre, soprattutto con gli ‘’sport minori’’, la sua vittoria coincide con l’impossibilità di fare sport per tutti e tutte. Per il mercato le società falliscono, resistono, arrancano, si fondono, ma lentamente periscono. Al mercato non servono tante società, ne bastano poche che fatturano tanto. Il mercato fa coppia fissa con l’amministrazione. Una combo letale, tossica e asfissiante. Loro due, ahimè, vincono sempre. Questo si nota dal altissimo numero di persone che non può fare sport. Portare le società allo sbando e negare il diritto allo sport sono due delle loro skills più micidiali.
Quale metodologia d'allenamento ti è più congeniale? Quale ti diverte di più e quale ritieni maggiormente efficace dal punto di vista sportivo?
Adoro tantissimo la modalità d’allenamento in solitaria, con il basket è molto semplice da fare: tu, il pallone, le linee del campo e il canestro. Isolarti da qualsiasi cosa, rivedere i fondamentali, partenza in palleggio, reverse, incrocio, arresto, tiro, giro in palleggio, penetrazione, appoggio semplice a tabellone. Con le cuffiette potrei passare le ore, in squadra credo che ogni giocatore abbia bisogno di fare quest’esercizio in solitaria per almeno mezz’ora. Lavorare sui fondamentali è un esercizio che non bisogna mai smettere di fare. Adoro fare esercizio di tiro, lento e ripetitivo, come un automa, completamente alienato nel movimento sempre uguale, è un lentissimo perdersi dentro sé stesso. Quando riesci a svuotare tutti i pensieri che ti rendi conto di non sbagliare (quasi) mai un tiro. Poi si passa al gioco di squadra perché un fondamentale importantissimo è il passaggio, quello da solo non puoi farlo, la squadra è tutto in questo sport. Odio però passare due-tre ore interamente a fare giochi di squadra, se non ho avuto la palla in mano, tutta per me almeno per un’ora mi sento insoddisfatto. Lasciami la palla per un’ora in mano e poi si gioca insieme. Non mi piacciono troppo gli sport individuali, ma amo il basket perché riesce a isolarti da tutto e tutti e nello stesso tempo riesce a metterti in connessione con i tuoi compagni e con il tuo coach. Il basket è una sorta di ibrido: puoi passare un’intera giornata da solo, palla in mano, Cypress Hill nelle orecchie, così come puoi passarla allo stesso play-ground a fare 4vs4. Il risultato emotivo è diverso. Tantissime volte largo Passamonti mi ha visto arrivare da solo a notte fonda, altrettante volte invece mi ha visto arrivare insieme a tantissime persone.
Cosa ne pensi della federazione a cui è affiliata la tua squadra (Fip)? Ritieni adeguati i provvedimenti di ciascuna federazione a sostegno delle squadre iscritte? Cosa cambieresti e cosa pensi debba fare una squadra di basket popolare all'interno delle federazioni?
Parlo della Fip, perché per 20 anni ho giocato nella Fip, le altre non le conosco. La federazione dovrebbe ridurre i costi, omologare i campi da gioco a seconda delle disponibilità del territorio, essere accessibile per tutti e tutte, liberarsi da quella puzza schifosa data dal sessismo di cui è impregnata. Dovrebbe cooperare con il sistema scolastico. Tutte le società per cui ho giocato hanno sempre attribuito agli eccessivi costi della federazione il motivo del loro fallimento. Dovrebbe far giocare i migranti con problemi di cittadinanza. Dovrebbe praticare antirazzismo, invece fa il contrario. Una squadra in federazione non dovrebbe abbassare la cresta, non dovrebbe accettare tutto quello che viene imposto, dovrebbe essere parte integrante e attiva nelle scelte federali, nella gestione dei campionati e soprattutto nella gestione economiche, non esiste federazione senza squadre, sono le squadre il cuore pulsante della federazione. Credo allora giusto che siano le squadre e gli arbitri a gestirsi i campionati e a dettare le regole.
Un altro genere di sport è possibile? Lo sport può essere vettore di un nuovo modo di vivere e pensare un mondo libero da sessismo ed omofobia?
Lo sport è lo strumento migliore per cambiare la società, liberare lo sport da sessismo, omo-transfobia e razzismo è una missione che ho intrapreso con le compagne e i compagni dell’Atletico San Lorenzo. Lo sport, specialmente lo sport di squadra, porta con sé tutti i valori in cui credo, l’antirazzismo, l’antisessismo. Non è lo sport che deve essere cambiato, ma la presa che questa società contorta ha sullo sport. Se dai una palla ad un gruppo di bambini e bambine, giocheranno tranquillamente, il litigio al massimo sarà se giocare a pallavolo, a calcio o a palla avvelenata. È questa società purtroppo, ad insegnarci fin da bambini, che l’uomo ha più potere della donna. Sono le federazioni e determinate società sportive ad investire più soldi per gli uomini che per le donne. Sono le famiglie ad iscrivere il bimbo a calcetto e la bimba a danza. Sono i mister ad usare spesso linguaggi violenti e sessisti con i propri allievi. La scuola dovrebbe essere il luogo dove queste ingiustizie andrebbero livellate, invece molto spesso è proprio nella scuola, nell’educazione fisica che assistiamo al perpetrarsi di queste ingiustizie. Tantissime volte mi è capitato di fare lezioni di educazione fisica in cui la prof ci divideva in squadre, due capitani sceglievano a turno le persone della propria squadra, finiva sempre che le ragazze erano scelte per ultime, ragazzi/e un po’ in sovrappeso o non venivano scelti o non volevano giocare ricevendo un’umiliazione costante fino al diploma. Partite di pallavolo (l’unica cosa che facevo a ed. fisica) in cui la palla girava solo tra ragazzi, la rete altissima. Dopo le prime tre settimane di scuola le ragazze non giocavano più, passavano l’ora di educazione fisica a fare altro, oppure a fare palleggi tra di loro con la palla sgonfia. Scene di questo tipo purtroppo sono la norma. La scuola è il laboratorio in cui formi te stesso da adulto, se già a scuola ci rassegniamo a queste dinamiche, non potremmo che diventare cittadini di merda in un mondo di merda. Praticare sport forma quello che sei, un altro genere di sport è possibile, è reale ed è quello che dobbiamo continuare a portare avanti. Per fortuna sono in aumento le società popolari come la nostra che portano avanti quest’idea.
Veniamo alla tua esperienza all'Atletico San Lorenzo: come e quando sei venuto a conoscenza della nostra polisportiva? Quando hai deciso di difenderne i colori?
Appena arrivato a Roma, volevo trovare il giusto posto per fare politica, a San Lorenzo sono entrato subito in sintonia con Communia. Lì ho trovato un ambiente favorevole e ho scoperto della ricchezza infinita del quartiere universitario di Roma. Ho scoperto la Libera Repubblica di San Lorenzo, ho conosciuto il Cinema Palazzo. Dentro Communia ho visto per la prima volta lo stemma dell’atletico San Lorenzo. I compagni e le compagne di Communia mi hanno subito detto di andare a giocare per l’Atletico. Io non volevo, dovevo studiare, avevo fatto una promessa, basta basket, basta delusioni… non potevo dedicare la settimana solo alla mia amata palla a spicchi. Poi a largo Passamonti, Vernile e Ciccola, mi spiegarono che l’Atletico non giocava con la Fip, che non è un impegno che mi avrebbe occupato tutti i giorni della settimana, e così sono andato a fare il mio primo allenamento. Lì ho conosciuto Emiliano, compagno di Communia cui è nata un’amicizia lunga e duratura, così come con Scaramuzzi, Dulcetti, Tridico, Forino, El-j, il mitico coach Sergio Ianniello che mi ha accolto benissimo. Non chiamavo una persona coach da troppo tempo. È partito l’amore. Ho capito che c’era un forte scarto rispetto a tutte le società che avevo conosciuto, l’impegno sociale, l’attaccamento al quartiere con i suoi pochi e indispensabili spazi, l’autofinanziamento. Ero abituato ad essere il playmaker tuttofare dell’Avetrana, poi la guardia/ala del Vis Nova… mi sono sempre sentito ‘’preso’’ dalle società in cui ho giocato, (nonostante Avetrana fosse casa mia), con il San Lorenzo, da subito, mi son sentito parte della società. E poco importa se giochi o tifi, è uguale. L’assenza dei padroni, è questo che mi ha fatto allacciare nuovamente le scarpette n. 48 questa volta per il rossoblu. Se manca il padrone, non si può fallire, se la società siamo tutti e tutte noi non potrò cadere mai più. Nessun* potrà cadere se tutto si regge sulle nostre spalle. Quando le società si affidano ad una persona sola, o ad un grosso sponsor che cadono come foglie d’autunno a seconda di come soffia il vento del mercato.
Quale partita in canotta rossoblu ti è rimasta maggiormente impressa? Quali i successi che ricordi con maggiore piacere? Quale/i sfida/e rigiocheresti per ribaltare il risultato maturato allora?
La partita che più mi è rimasta in testa fu quella contro Sermoneta: squadra fortissima, all’andata avevamo vinto contro ogni pronostico, al ritorno ci ritroviamo in un palazzetto gremito di gente, la partita va nel verso sbagliato da principio, Dulcetti aveva sofferto la guida isterica di Moncelsi, io ero gasatissimo, era la prima trasferta "lunga" che facevo (un passeggiata rispetto alle trasfertone cui ero abituato in Puglia: due ore solo per arrivare a Bari, quattro per raggiungere Foggia). Viaggio d’andata pompiamo i Nofx a tutto volume. Arriviamo, Dulcetti vomita negli spogliatoi, sotto di 20 al primo quarto. Mancanza d’allenamento, quasi un’ora e mezzo di macchina eravamo crollati con il fiato e con l’umore. Rischio una crisi iperventilatoria, chiedo a Sergio di uscire. La folla inizia ad insultarci, loro vogliono raggiungere quota cento punti - erano a 92 - noi disperatamente arrancavamo sui 49 a meno 2’’ dalla fine. Nonostante l’incredibile superiorità cestistica, gli avversari non esitano ad attaccare sempre di più, giocando anche decisamente sporco, io adoro giocare duro e provo piacere nel contatto fisico, però ricevere un’umiliazione proprio non mi piace. Così come non mi piace umiliare gli avversari, si gioca al massimo fino alla fine, ma a pochi secondi se sono in netto vantaggio mi fermo e inizio a salutare gli avversari (a meno che non è decisiva la differenza canestri). Chiamiamo time-out, rientriamo con Sergio che provava ad incattivirci, dicendoci che non importa il punteggio, non possiamo farci menare senza rispondere (il basket in fondo è anche supremazia fisica), così negli ultimi minuti ce le suoniamo di santa ragione, uno spettacolo raccapricciante, il loro pubblico completamente antisportivo, ci ha ricordato quanto fossimo diversi da quella realtà, noi non insultiamo i nostri avversari, non lo faremo mai. Entra El-j commette fallo a pochi secondi dalla fine. Il pubblico inizia ad insultarlo con frasi razziste: <> e ancora : << Sei una bestia>>. Non abbiamo più resistito, dopo un paio di lanci di oggetti dalla tribuna il tutto finisce con una rissa apocalittica, il pubblico ci aggredisce, l’arbitro aveva fischiato tre volte, El-j riceve qualche schiaffo, spintoni, Vernile sugli spalti accerchiato dai genitori della squadra di casa, ho temuto il peggio per lui. Insulti e schiaffi mentre le loro giovanili guardavano questo spettacolo medioevale. Ci chiudiamo nello spogliato, arrivano 3 volanti della polizia, ci scortano fino a Latina. Avevo una tachicardia esagerata. Di risse sportive ne ho fatte e viste tante in Puglia, ma mai scaturite per razzismo. Avevo e ho tuttora l’amaro in bocca per quello che è successo.
La stagione in corso si è purtroppo arrestata assai prima rispetto al naturale epilogo del campionato: rispetto alle premesse di inizio anno come giudichi il campionato fatto dalla tua squadra?

Mi sono sentito emotivamente più coinvolto del solito, dopo 5 anni quest’anno ho svolto il ruolo di capitano, spetterà ad altri giudicare come me la sono cavata in questi panni, sinceramente ho dato quasi il massimo, visto che da ormai tre anni convivo con delle ginocchia anarchiche e il dare il massimo nel mio caso, va a braccetto con il 118. Com’è andato per me questo campionato? Ho scoperto che quando hai un campo tutto tuo hai una marcia in più, giocare nel quartiere ti dà due marce in più, essere allenati dal nuovo coach, il giovanissimo Matteo Magara a cui vanno tutti i miei più sentiti complimenti, ti dà tre marce in più. Nonostante tutto abbiamo dimostrato mentalità, spirito di squadra e di sacrificio, la squadra si è comportata benissimo in campo, ma soprattutto fuori, abbiamo stretto forti legami con altre squadre popolari di Roma: AllReds, Lokomotiv Prenestino e Atletico Diritti. Questi ultimo sono stati allenati da un mio carissimo compagno di squadra a Manduria, Alessandro Dinoi detto "gnomo". Per me quest’anno la vittoria ce la saremmo conquistata o l’avremmo gloriosamente sfiorata. Va attribuita buona parte al lavoro di coach Magara, e Davide Pizzardi, abbiamo vinto su tutto, ci siamo mossi come fossimo un unico organismo, ognuno ha dato la sua parte indispensabile. Il nuovo dirigente Fabio Francavilla ha portato ossigeno purissimo nel gruppo. Un ringraziamento speciale va al nostro atleta che non ha mai giocato, ma senza di lui non avremmo vinto una partita: Riccardo Landi, refertista e cronometrista ufficiale. Il tifo, il tifo a San Lorenzo è il nostro sesto uomo in campo, quest’anno l’Atletico si è superato, dentro le mura aureliane quest’anno è sorta una fortezza e sarà così per sempre sperando di ritornare presto a difendere il campo rossoblu. Nonostante quest’anno mi abbia regalato un totale di tre viaggi al pronto soccorso, un sopracciglio spaccato, un’operazione al ginocchio, il tutto per un totale di 29 punti di sutura, è stato un anno stupendo. Vorrei ringraziare tutti davvero e spero di rivederli tutti il prima possibile. Per me è da taglio di retina, voglio vederla così.
Il progetto "Una scuola atletica" ti ha visto protagonista nel portare l'Atletico e il basket all'interno delle scuole del quartiere. Come hai vissuto quest'esperienza? Che bilancio ne trai?
"Una scuola atletica" è un progetto scolastico che portiamo avanti da ormai tre anni nelle scuole del quartiere. La necessità di lavorare nella scuola nasce dalla consapevolezza che il miglior modo per approcciare i/le bambini/e allo sport è il sistema scolastico. Molto spesso lo sport non è trattato come dovrebbe essere, è palese a tutti/e come l’educazione fisica sia la pecora nera della scuola italiana. Come Atletico abbiamo cercato di riempire un buco provando a dare una possibilità ai/alle bambini/e e aiutando le docenti a cui il sistema chiede davvero troppo dispensando stipendi miseri. Sperando di riuscire a migliorare il progetto per l’anno prossimo: pandemia permettendo, vorremo provare a fare un discorso un po' più specifico su che significa diritto allo sport, e quanto sia fondamentale garantirlo su tutti i suoi livelli, specialmente nella scuola pubblica. Ringrazio tantissimo Enrico Weber per aver sostenuto il progetto, Giacomo Guerra e Alex Mane per averci aiutato quando non trovavamo le forze.
In questi mesi di attività sportiva assai limitata, se non del tutto assente, hai ritenuto leso il diritto allo sport per tutte e tutti? Ritieni che potesse essere adottata una maggiore elasticità per permettere l'esercizio dell'attività fisica?
La pandemia è una faccenda seria, complessa e va affrontata analizzando le specificità del caso. Il covid-19 ha un tasso di contagio elevatissimo. Ritengo saggia la chiusura delle attività sportive e dei campionati, il diritto allo sport è stato leso così come tanti altri diritti fondamentali. L’essermi privato di tre mesi di sport tuttavia mi fa riflettere su quanto lo sport è un diritto negato per tante persone, soprattutto prima della pandemia. Parchi a chiusura oraria, costi elevatissimi, orari di lavoro che non ti lasciano tempo libero, scuola con strutture assenti o educazione fisica inadeguata, sessismo e razzismo istituzionalizzato. Non è che prima si stava bene… Credo che a breve si potrà riaprire, in sicurezza. Temo fortemente una deriva ultra-restrittiva per determinate attività così come tendenze "iperigienizzanti" totalmente inutili. Se si può riprendere a giocare devo poterlo fare solo pagando una struttura o una società, mentre ho il divieto di andare al parco o al mare? Spero di no. Così come non può neanche essere che gioca solo chi si può permettere tutte le procedure di sicurezza… leggevo le procedure Fip e le trovo esagerate. Per permettere di fare basket ad un gruppo di ragazzi la società dovrebbe spendere tantissimi soldi in controlli e attrezzature specifiche (per esempio il pulisci scarpe?!). Spero sia lo Stato a garantire queste misure di sicurezza, perché in caso contrario vedo non solo il rischio di un possibile aumento della curva dei contagi, ma anche l’estinzione di numerosissime società sportive. Sulla limitazione personale dell’attività fisica, credo che quest’esperienza abbia fatto capire, che sport non è solo nel fisico allenato ma nell’esigenza di stare insieme. Ci sono delle modalità sicure per svolgere attività di squadra a distanza per esempio nei parchi. Dovremmo avere più parchi, questa è un’ovvietà che il coronavirus ha palesato a tutt*. L’idea che i campionati riprendano a giocare a porte chiuse, senza pubblico mi innervosisce, per me non può esistere sport senza tifoseria. O almeno non per sempre, tre mesi possono pure passare, non può passare però che l’evento sportivo sia di proprietà esclusiva delle pay-tv.
Al momento non abbiamo certezze sulla ripresa della prossima stagione: in attesa che si riabbia la possibilità di fare attività fisica agonistica, cosa ti auguri? Come vorresti fosse lo sport dopo la pandemia?
Per il futuro mi auguro che tutt* si siano resi conto dell’importanza dello sport e della socialità, mi auguro che vengano ridotti se non azzerati i costi, che venga praticato un altro genere di sport libero dal razzismo dal sessismo e dall’omo-transfobia. Mi auguro che lo sport torni di dominio pubblico, che i/le giovani si riprendano il diritto di giocare a palla in piazza. Mi auguro arrivi al più presto il prossimo campionato per poter nuovamente sputare sangue sul campo insieme ai miei compagni indossando la maglia 13(12) rossoblu, ma in fondo mi andrebbero benissimo anche sciarpa, gradoni e peroni.

I primi tiri a canestro.

In posa con la squadra di Promozione dell'Avetrana, anno 1998.

Gran raduno mini basket a Avetrana.

La prima squadra avetranese.

Under 17 Vis Nova Messapica.

Under 17 Manduria campione provinciale. Con Andrea anche Alessandro Dinoi, attuale coach dell'Atletico Diritti.

il basket popolare a difesa del Rojava.

"Magno, bevo e lotto sotto canestro".

Banchetto di tesseramento di fronte al Bar Marani.

Si festeggia l'ennesima vittorica casalinga del basket femminile.

Al primo incontro della rete cittadina del basket popolare romano.

Il destino scritto nei numeri di canotta.

L'Atletico San Lorenzo in curva Rino della Negra a sostegno del Red Star di Parigi.

Atletico San Lorenzo basket alla No Racism Cup.

Primo trekking di squadra dopo la pandemia.

L'Atletico San Lorenzo a sostegno delle manifestazioni contro il suprematismo bianco in corso negli Stati uniti.
Ciao Mavi, raccontaci la tua biografia sportiva.
Ho iniziato a giocare a basket alla scuola elementare. Tra le attività di dopo-scuola c’era il minibasket e mio padre, ex-cestista, segnò me e mio fratello più piccolo. Avevo 7/8 anni, ma ero già alta come un fenicottero ed ero veloce… non ero male. L’allenatore mi prendeva ad esempio per dire alle/agli altre/i come dovevano fare l’esercizio. Se lo fai ogni tanto ok... ma se lo fai sempre: insomma, anche meno dai. Risultai poco simpatica alla squadra a causa di questo fatto, ahimè.
Un giorno mi propose di fare qualche gara di atletica. Ricordo ancora la mia prima gara di corsa: una gara regionale, ma nessuno mi aveva detto che avrebbero sparato al via. Dopo lo sparo, partii con 5 secondi di ritardo per lo shock e invasi le corsie di tutti/e gli/le avversari/e ancora confusa con quelli/e che gridavano: “Hey, ma non puoi!”. Arrivai settima. Forse ero davvero un talento nascosto? Non lo sapremo mai. Lo sport da piccola lo fai per divertirti e stare con le tue o i tuoi amici/che. In più il campo per gli allenamenti c’era solo alla Farnesina ed era lontano da casa. Bye bye alla carriera nell’atletica. In memoria di quei giorni, resto una delle più entusiaste in squadra per gare di corsa o scatti in preparazione atletica. Mi è stato giustamente ricordato da un mio ex-allenatore molto amato un giorno: “Mavi va bene correre eh… ma lo scopo è segnare”: ogni tanto cerco di ricordarmelo Luca, giuro!
Lasciai anche il minibasket: mi venne una brutta tendinite verso la quarta elementare e mi sembrò la scusa perfetta per smettere dato che non mi divertivo molto. Per seguire le mie amiche provai danza classica e pallavolo. Niente da fare. Provai a gettarmi nella mischia in una partita di calcio in cortile. Non credo che i bambini mi abbiano scelta più che altro mi hanno vista: sono entrata in campo e ho tirato in porta. Fui acclamata per qualche secondo ma poi la parentesi calcio fini lì e io per loro tornai UNA FEMMINA. Un lungo periodo di pausa dallo sport e poi a 15 anni a forza di vedere partite di mio fratello (che aveva sempre continuato a giocare) ci riprovo col basket nel BKP (Basket Primavalle) dove conosco alcune tra le mie ancora attuali amiche. Una in particolare che ritroverò più di 10 anni dopo, Giulia. Non avevo quindi e non avrò mai i fondamentali di questo sport, ma continuo a giocare e non lo mollo più: dopo il BKP ho giocato in Petriana, al Millesimo e alla UISP XIII. Quando l’ennesima squadra femminile si scioglie mi chiedo: e ora dove vado a giocare? Mando qualche messaggio, ma siamo a campionato iniziato e quasi nessuna squadra prende una senior, SENZA FONDAMENTALI, col campionato in corsa. Poi Giulia, la mia famosa ex compagna del BKP, mi risponde: “Devi provare al San Lorenzo, io gioco qui, vieni dai, vedrai che ti piace l’ambiente!”. E c’hai proprio preso Giuliè! Ti dovrò sempre una birra per questo.
Quali sono le atlete dello sport mainstream (del presente o del passato) a cui ti ispiri? Perché?
L’atleta del presente: Alessandra Tava (qui in un video pubblicato da Basket Progresso), detta “ApeTava”, giocatrice di A1 a Bologna. Tava è un uragano di energia e positività, grintosa e piena di talento. Come ti rimbambisce lei con il piede perno sotto canestro nessuna mai. Danza e ronza proprio come un’ape sotto al ferro.
L’ atleta del passato senza ombra di dubbio: Kathrine Switzer. Prima donna a correre la maratona di Boston nel 1967 (qui in foto) dovette iscriversi nascondendo la sua vera identità e durante la corsa ricevette insulti e aggressioni, ma continuò, arrivando fino alla fine. La sua non fu una semplice maratona ma una corsa verso l’auto-determinazione delle donne nello sport. Una sfida che non abbiamo ancora smesso di correre tutte insieme.
Qual è il/la giocatore/giocatrice più forte con cui hai mai giocato?
Il giocatore più forte con cui ho mai giocato è l’atleta che gioca fuori dal campo. Ma come chi? Le tifose e tifosi! Il tifo è l’atleta che non si presenta al riconoscimento, ma che quando entra ti svolta le partite, quando fai fatica a trovare la motivazione ti ricorda che la vittoria è stare lì, insieme e che è fuori di testa per te! Ha un numero di maglia che ogni anno cambia, come gli anni di questo sogno atletico, attualmente porta il 7. La sportività è un suo valore: non tifa contro, ma sempre a favore della squadra. Io un atleta più forte di così, prima dell’Atletico San Lorenzo, non l’ho mai avuto accanto mentre giocavo.
L'avversario/a più ostico/a da affrontare?
L’emozione. Quella ti frega sempre. Quando non vuoi deludere un tifo così bello o vuoi vincere una semifinale… ti gioca brutti scherzi e ti delude tanto. Per colpa sua, cosa ancora più brutta, puoi deludere una tua compagna e non riuscirai a dormire serena per tutta la notte a venire. Ma fa parte del gioco, continui a fare scivoloni e a rialzarti, a cercare l’equilibrio chiedendo aiuto o scusa alle compagne quando non ce la fai. (Alle mie compagne di squadra voglio dire: se ve state a chiede se questo è un modo per chiedere scusa di tutti i momenti in cui ho perso di lucidità o mi sono offesa in maniera terribile per una cosa detta in un momento di agonismo: sì. Smetterò di farlo? forse no. Però ve voglio bene.)
Quale metodologia d'allenamento ti è più congeniale?
Una metodologia in cui chi allena consiglia o critica in modo costruttivo, non distruttivo. Non serve umiliare o stressare una giocatrice in campo. Queste dinamiche di potere sono anacronistiche, ce le portiamo dietro da una falsa retorica che vuole la vincente come una che se la insulti dà di più, fredda, priva di empatia per avversarie o compagne di squadra. Durante l’allenamento non si allena solo l’atleta, ma la squadra: a stare insieme, a non andare giù quando una cosa non riesce. Se ci si incita l’un l’altra in allenamento, ci si incita sempre.
Quale ti diverte di più e quale ritieni maggiormente efficace dal punto di vista sportivo?
Mettere a sistema le differenze e i punti di forza di ogni giocatrice è per me la cosa più efficace. Se ognuna crede in una cosa che sa fare e si costruisce un sistema di gioco in cui ognuna può mettere a valore quella competenza perché riceve fiducia e di conseguenza si fida delle compagne: la squadra è più forte. È più completa e resistente. Le squadre che accentrano il gioco su di una giocatrice possono vedere quella giocatrice segnare tanto e vincere ma non vedranno la squadra crescere. Se poi questa giocatrice ha una giornata no… beh, non sarà bello vedere le altre prendersi le sue strillate date dalla frustrazione o quelle delle/del coach e abbassare la testa. Cosa che mi è capitata di vedere.
Cosa ne pensi della federazione a cui è affiliata la tua squadra (Fip)?
Della Fip penso che non abbia mai sostenuto adeguatamente - e continui a non farlo - il movimento della pallacanestro femminile. Le squadre sono poche, questo perché i campionati sono molto costosi e gli sponsor scarseggiano. Si è costrette ad unire i gironi tra le regioni o tra le categorie per arrivare ad un numero sufficiente di squadre per svolgere un campionato. Fin quando non sono approdata all’Atletico ho pagato fino a 500 euro all’anno per giocare in una serie C. Giocavo con il nome della società sulla maglia, ma quei soldi dovevo darli io. Trattata sostanzialmente come una qualsiasi cliente dell’impianto sportivo. Un anno eravamo in 11 a luglio… servivano almeno 15 ragazze per iscriversi al campionato dell’anno dopo. E che si fa? La società sportiva in pratica rispose: “Se non potete pagare daremo lo spazio al gruppo di 50enni amici che si allenano ogni tanto, almeno loro pagano, oppure apriamo al minibasket, lì pagano i genitori e si fanno più soldi.” La Fip in questo ha serie responsabilità. I costi sono troppo elevati ed alcune pratiche (come quelle del tesseramento) sono davvero assurde e obbligano le società a spendere tantissimi soldi per far giocare un’atleta ogni anno.
Ritieni adeguati i provvedimenti di ciascuna federazione a sostegno delle squadre iscritte?
Per il momento ci sono state delle sospensioni nei pagamenti e pare che ci saranno degli sconti per il prossimo anno. Ma occorre rendersi conto che in una situazione come quella post-covid sarà difficilissimo per tante realtà ripartire nonostante gli aiuti e paradossalmente, per una realtà di sport popolare come la nostra che non si basa sugli sponsor ma sulle quote popolari sarà più facile reggere il colpo. Noi ragioniamo sempre senza sponsor. Le altre realtà no. Questo sistema ha tantissimi limiti e non si considera la difficoltà di accessibilità ai campi di questa città. Pochissimi campi a norma per svolgere una partita di Fip e ad un costo di affitto molto alto che si sommano alle spese dei campionati. Ovviamente, dato che le squadre femminili di serie C e B a Roma hanno meno soldi di quelle maschili, saranno quelle più colpite dal post-covid. Si vocifera addirittura di una fusione tra campionato di serie C e campionato di serie B. Staremo a vedere.
Cosa cambieresti e cosa pensi debba fare una squadra di basket popolare all'interno delle federazioni?
Vorrei cambiare l’assunto per cui solo chi ha soldi, la cittadinanza italiana e vive in un quartiere dove ci sono impianti sportivi possa fare basket liberamente e a tutti i livelli. Inoltre, per sostenere il movimento femminile e contrastare gli stereotipi di genere nello sport, la FIP dovrebbe sostenere queste squadre. Molte società attivano il minibasket, ma poi, quando le ragazze crescono, non hanno una squadra dove farle giocare. Io da bambina non avevo esempi di donne giocatrici a cui ispirarmi e ho mollato per molti anni. Magari se avessi avuto un modello non lo avrei fatto o per lo meno avrei saputo che si poteva essere anche una giocatrice di basket senza farlo a 15 anni e solo perché avevo un cestista in famiglia.
Stare dentro un campionato federale con la nostra squadra di serie C femminile equivale a portare in campo un modello diverso e dimostrare che si può fare sport, divertirsi e, perché no, essere competitive in un altro modo. Il sistema-federazione ti spinge verso la tassazione degli e delle atlete/i o la ricerca di un grande sponsor, ma se scegli un’altra direzione, la segui e riesci… diventi una critica viva e vibrante a quel sistema e lo sei dall’interno.
Un altro genere di sport è possibile? Lo sport può essere vettore di un nuovo modo di vivere e pensare un mondo libero da sessismo ed omofobia?

Un altro genere di sport è e deve essere possibile. Uno sport libero dal sessismo! Lo sport è un luogo dove si intrecciano persone, identità, orientamenti differenti. Lo sport abbatte i muri del pregiudizio perché ti costringe a vedere l’altra/o da vicino. Un altro/a che magari non avresti mai incontrato. La nostra è una società ancora fortemente patriarcale: i dati sui femminicidi non accennano a diminuire, le donne in posizione di potere sono in numero ancora fortemente inferiore rispetto agli uomini, a parità di mansione guadagnano di meno rispetto al collega e in casa i lavori di cura sono distribuiti con un carico che pesa ancora esclusivamente sulla donna. È inevitabile che questo sessismo si rovesci in un campo sportivo. Un campo, così come uno spogliatoio o una serata di squadra, sono luoghi di vita e in essi riportiamo inevitabilmente stereotipi, linguaggi e immaginari sessisti. Il primo punto da cui partire è che lo stereotipo è invisibile, va de-costruito e si nasconde dietro al “ma è normale”, “ma è naturale”. È una gabbia invisibile dall’esterno e a volte anche dall’interno, ma che ti confina lo stesso e in ogni istante ti chiede di catalogare le cose secondo un maschile e un femminile che la società ha deciso per te. Questo condiziona le tue scelte e le tue azioni sia se aderisci a questo sistema, sia se scegli di non aderire perché ti pone davanti a tante sfide. Lo sport può essere anti-sessista. Sì, può scegliere come agire, che modelli e che regole della società portare e quali lasciare fuori da campo. Come il fuori condiziona il campo da gioco, il campo da gioco condiziona quello che sta fuori. È questa la potenza trasformatrice dello sport! Attualmente il sessismo nello sport agisce innanzi tutto nello squilibrio che esiste tra la ricchezza dell’immaginario legato alle sportive e agli sportivi. Questo agisce molto nelle bambine nel limitare il loro immaginario e quindi la loro capacità di proiettarsi, di pensarsi in un futuro come sportive. Gli sport vengono raccontati e rappresentati quasi unicamente al maschile e quando si vede una donna ancora si sentono (sui giornali e nelle tv nazionali o sui social) commenti sulle abitudini sessuali, sul corpo o sul fatto che sia o non sia madre. Questo sessismo è perfettamente coerente con l’esclusione delle donne dal professionismo sportivo da regolamento CONI, prima grande discriminazione che rinforza tutte le altre nello sport. Ora qualcosa si sta muovendo (nel mondo del calcio soprattutto prima e dopo i recenti mondiali), ma la strada è ancora lunga e non ci accontenteremo certo di qualche tutela in più se il sistema sportivo non cambierà in un’ottica veramente paritaria dal punto di vista di genere.
Un altro modo in cui agisce il sessismo, uno dei più forti, è il linguaggio. Questo avviene nello sport come in tutto il resto. Come si parla e come si nominano le cose. Il linguaggio dona forma ai pensieri che a loro volta condizionano i comportamenti. Nessuno/a di noi è del tutto libero/a da un immaginario sessista. Partiamo da questo presupposto. Siamo tutti e tutte portatrici di stereotipi. Il punto non è eliminarli del tutto, sarebbe impossibile, ma de-costruirli. Avere e fornire strumenti per riconoscerli e analizzarli con senso critico. Se siamo allenatrici o allenatori e vogliamo incitare una bambina o un bambino in campo, eviteremo di dire :“sii cazzuto/a”; “gioca da uomo”; “tira fuori le palle” o “non giocare da femmina” (cose che mi sono sentita dire, tutte, ripetutamente.) Se c’è un altro modello, ci sono anche altre parole per esprimerlo. E se invece uso quelle parole che immaginario sto rafforzando? Gli sportivi o gli allenatori uomini non dovrebbero sentirsi minacciati dalle mie parole perché non sto volgendo loro alcuna accusa: avere un privilegio in questa società non è una colpa, semmai una responsabilità. Cosa diversa. È la responsabilità di essere consapevoli di questo privilegio e chiedersi: “come lo voglio usare?”. In quanto atleta donna bisessuale e cisgender anche io ho un privilegio. Rispetto ad esempio ad una atleta trans? Sì, probabilmente ce l’ho. Le atlete e gli atleti trans sono tra le più e i più discriminate/i e in molti casi non praticano sport perché non percepiscono nei luoghi di sport degli spazi sicuri. Io non avrei problemi ad usare un bagno pubblico o a farmi la doccia nello spogliatoio, ma non poso dare per scontato che per una atleta trans sia così. Non è colpa mia se questo avviene, ma ho una responsabilità anche io, nel mio personale, affinché questo cambi che non significa sostituirmi a lei/lui nella sua lotta di auto-determinazione. Essere un’alleata però questo sì! Essere alleato/a significa anche capire quando fare un passo indietro e dare parola a chi fino ad ora ha avuto meno privilegi in questa società.
Un’altra riflessione che voglio fare riguarda l’omofobia e il binarismo di genere. L’omofobia in campo e nello spogliatoio colpisce pesantemente le persone gay, lesbiche e bisessuali, che possono essere prese in giro o nascondere per paura il proprio orientamento. Una divisione netta e stereotipata di cosa è maschile e cosa femminile (ovvero il binarismo di genere), schiaccia e discrimina le persone gay, lesbiche, bisessuali, trans, inter-sex e può far male anche a quelle etero e cis. Se sei etero e cis, ma non rientri nello stereotipo del maschile o del femminile vieni giudicato/a, e frasi omofobe come: “ma che sei gay? ma che sei lesbica?” possono essere rivolte anche a te: non ti sentirai in uno spazio protetto nello spogliatoio, né libero/a di parlare di te, di chi sei. Il sessismo, l’omofobia e il binarismo di genere nella vita e nello sport fanno male a tutti e tutte!
Quale partita in canotta rossoblu ti è rimasta maggiormente impressa?

Tutte le partite giocate a Beirut all’interno del progetto Basket Beats Borders con le giocatrici del Palestinian Youth Basketball. Rappresentavo l’Atletico San Lorenzo lì ed è stata un’esperienza davvero profonda quella passata nel campo di Shatila con le ragazze. Mi manca giocare e scherzare con loro e mi chiedo quando ci rivedremo, spero davvero presto!
Quali i successi che ricordi con maggiore piacere?
La decima vittoria consecutiva in serie C di quest’anno fuori casa.
Quale sfida rigiocheresti per ribaltare il risultato maturato allora?

La gara con la Luiss per le semifinali del CSI di due anni fa. Giocavamo fuori casa ed avevamo, forse per la prima volta, un tifo potentissimo. Eravamo molto emozionate. Mi è dispiaciuto non portare a casa quella partita... mi piacerebbe rigiocare una partita così con un tifo così e con il gruppo squadra di adesso.
La stagione in corso si è purtroppo arrestata assai prima rispetto al naturale epilogo del campionato: rispetto alle premesse di inizio anno come giudichi il campionato fatto dalla tua squadra?
Meritato. Prime del nostro girone. Ci siamo meritate questa soddisfazione dopo anni in cui siamo sempre rimaste affiatate come gruppo, siamo cresciute con gli allenamenti e non abbiamo smesso di credere che potevamo dire la nostra in questo campionato. Le nuove arrivate hanno portato chi ottima tecnica, chi gambe e tutte subito la passione per questi colori… l’amalgama del tutto è stata perfetta. Abbiamo chiuso a fine febbraio prime a pari merito del girone dopo una scia di 10 vittorie consecutive!
In questi mesi di attività sportiva assai limitata, se non del tutto assente, hai ritenuto leso il diritto allo sport per tutte e tutti?
Sì, nella fase 1 e 2, e ancora ora nella 3, è stato evidente come lo sport non è riconosciuto come un diritto, ma come un hobby. Fare sport all’aria aperta oltre a contrastare problematiche fisiche e psicologiche è un diritto per bambini e bambine che si sono visti privati/e degli spazi pubblici (già scarsi e decadenti) in cui giocare e fare sport. Lo sport è un gioco che segue regole specifiche. Ci sono dei giochi, così come degli sport, per i quali il contatto fisico non è necessario. Nella fase 1 i cani potevano scendere a passeggiare o correre, i bambini e le bambine no. Fino a ieri le attività ludiche-sportive ricreative erano vietate al parco, non so come sarà domani, ma siamo a metà giugno e se dovessimo seguire le regole al 100% non potremmo fare due tiri a canestro rispettando le distanze o dare un calcio ad un pallone nel parco. Ed è assurdo. Questo aspetto della vita delle persone non si vede come una necessità probabilmente perché fare sport all’aperto è gratis e non muove capitali economici.
Al momento non abbiamo certezze sulla ripresa della prossima stagione, in attesa che si riabbia la possibilità di fare attività fisica agonistica, cosa ti auguri? Come vorresti fosse lo sport dopo la pandemia?
Mi auguro accessibilità. Scelte economiche e politiche davvero accessibili da parte della FIP per l’iscrizione ai campionati e da parte delle amministrazioni locali, rinnovo/aperture degli spazi verdi dove poter giocare e fare sport per tutte e tutti, a cominciare dalle più e dai più piccole/i.

Serata di autofinanziamento al Sally Brown organizzata dal basket femminile.

Ricordando Tina Costa.

Proiezione della nazionale di basket femminile a Communia.

"E' sempre il compleanno di qualcun@!"

Si festeggia coi tifosi dopo la rimonta e la vittoria ad Ostia.

Momenti di giovialità made by Becks.

L’ASD Atletico San Lorenzo è capofila del progetto “San Lorenzo per tutt3”, finanziato dal Bando Quartieri SPORT DI TUTTI (Edizione 2023) di Sport&Salute (CUP J59I22001760001) . Il Progetto che vede tra i partner, la Palestra Popolare di San Lorenzo, l’OdV La Scuoletta, l’Associazione Roda Onlus ed Ecos.
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